Zerocinquantuno

Nessuno resta indietro. Nemmeno noi

Nessuno resta indietro. Nemmeno noi

Ph. Emmanuele Ciancaglini/Getty Images (via OneFootball)

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Venerdì, fuori dalla stazione di Bologna, ho incontrato un ragazzo che cercava la strada per Casteldebole. Voleva raggiungere a piedi il centro tecnico del Bologna, aspettare Palladino e ringraziarlo per aver battuto il Milan. Non chiedergli un autografo, non farsi un selfie, semplicemente ringraziarlo. Gli ho dato le indicazioni, abbiamo parlato di calcio e ad un certo punto mi sono accorto che mi stavo commuovendo. Una cosa ridicola, probabilmente. Poco prima avevo aiutato tre signore a trovare l’uscita della stazione, che ormai è un labirinto dove puoi arrivare a Milano in meno di un’ora ma non riuscire a raggiungere via Carracci. E anche lì avevo provato quella sensazione che mi manca sempre più spesso: essere una persona in mezzo ad altre persone. Ci ripensavo ieri, guardando Bologna-Monza, perché Palladino ha detto una cosa che mi è rimasta in testa: «Non lascio indietro nessuno».

Il palladinismo, dunque. Che è una parola impegnativa per un allenatore arrivato da poche settimane, ma a Bologna abbiamo una certa predisposizione a trasformare chiunque vinca tre partite in un pensatore del Novecento. Però qualcosa mi interessa davvero. Palladino ha preso una squadra che sembrava aver smarrito la fiducia e ha cominciato a restituirla ai suoi giocatori. Casale, che sembrava destinato a trascorrere la stagione come quelle sedie impilate in fondo alle sale parrocchiali, chiude tutto. Vitik gioca una gran partita. Mbangula, che qualcuno aveva già dimenticato, segna tre gol al Milan. Skorupski, che avevamo processato e condannato dopo Atalanta e Torino, para il rigore decisivo. Gli stessi giocatori che fino a poche settimane fa, secondo qualcuno, non erano nemmeno degni della Serie A.

E questa cosa racconta molto anche di noi. Viviamo in un mondo che seleziona, classifica, misura, pretende prestazioni. Devi migliorare, performare, dimostrare, possibilmente entro la fine del trimestre. Nel calcio questa filosofia raggiunge livelli di brutalità spettacolari: sbagli tre partite e diventi un bidone, ne giochi bene due e sei un fenomeno. Tutto viene consumato alla velocità del giudizio successivo. Allora sentire un allenatore dire che non vuole lasciare indietro nessuno ha qualcosa di stranamente sovversivo. Naturalmente non è il socialismo realizzato attraverso il 3-4-3, ma semplicemente l’idea che una persona non coincida per sempre con il suo ultimo errore. Che si possa sbagliare senza essere definitivamente sbagliati.

Poi c’è stata la partita, perché nel frattempo si giocava anche a calcio. Il Bologna ha deciso di festeggiare il centenario del Dall’Ara sottoponendo i suoi tifosi ad una serie di esperimenti cardiologici non autorizzati. Tre rigori, un arbitraggio quantomeno discutibile, Pobega che per un istante diventa Steven Gerrard, Bernardeschi che segna, Cutrone che potrebbe pareggiare e Skorupski che decide di impedirglielo. Due a uno. Tre vittorie consecutive. Nove punti in una settimana. E soprattutto una vittoria in casa dopo 202 giorni. Ho letto un commento bellissimo: «Non mi ricordavo neanche più come fosse vincere in casa». Nemmeno io, in effetti.

E forse questa è la cosa più importante. Perché il Dall’Ara compie cent’anni, e mentre discutiamo del suo futuro, di costi, coperture, ricavi e posti premium, dovremmo ricordarci che esistono luoghi che non possono essere valutati soltanto sulla base della loro efficienza. Luoghi che nel tempo diventano parte della vita delle persone, dove si cresce, si invecchia, si piange, si abbracciano sconosciuti e si perde tempo senza produrre assolutamente niente. Che in un mondo dove ogni minuto dovrebbe essere investito, valorizzato e capitalizzato è già una discreta forma di resistenza. E forse il calcio continua ad avere un senso proprio per questo: perché ci permette di essere inutili insieme.

Non so se il palladinismo esista davvero. Tre vittorie non bastano a fondare una scuola filosofica e probabilmente tra un mese torneremo a discutere delle sostituzioni al sessantesimo, sostenendo naturalmente che noi avremmo fatto meglio. Ma oggi possiamo concederci il lusso di essere contenti. Possiamo pensare a quel ragazzo che voleva attraversare Bologna a piedi per dire grazie ad un allenatore. Ad uno stadio che ha cent’anni e continua ad essere casa. A Casale, Vitik, Skorupski e a tutti quelli che avevamo già deciso di perdere.

Forse il palladinismo è proprio questo.

Non lasciare indietro nessuno.

Nemmeno noi.

Riccardo Astolfi

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Foto: Emmanuele Ciancaglini/Getty Images (via OneFootball)

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