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Bologna condannato ad una tifoseria spaccata in due. Ma quanto durerà il calcio a queste condizioni?

Bologna condannato ad una tifoseria spaccata in due. Ma quanto durerà il calcio a queste condizioni?

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Esiste una questione generazionale tra i tifosi del Bologna? La domanda era implicitamente contenuta in un acutissimo post pubblicato da una tifosa rossoblù, di età ignota. Questa donna faceva giustamente notare come l’atteggiamento nei confronti di Joey Saputo (di sicuro il patron che ha investito più risorse nell’intera storia del club) cambi sensibilmente da una generazione all’altra. Stringendo il concetto: chi ha abbastanza anni da ricordare il primo Bologna in Serie C avrebbe una considerazione medio-alta dell’attuale proprietà, mentre chi è stato adolescente col BFC di Baggio vorrebbe un proprietario più munifico e ambizioso di quello attuale, o perlomeno capace, come lo fu Gazzoni, di riportare campioni di tal risma.
Suppongo che la signora ne facesse anche una questione di appartenenza ultras: 30-40 anni fa i tifosi (sottinteso: gli appassionati veri) erano più disposti alla sofferenza, alle trasferte ‘punitive’ senza navigatore (oscillando tra sassaiole e alluvioni, vedi Ascoli 1982 e Alessandria 1994), insomma al sacrificio non risarcito. Oggi il tifoso di fascia 30-40 anni, che non ha vinto nulla ma che ha fatto in tempo a costruirsi un immaginario con Baggio e Signori, tenderebbe a storcere il naso con più facilità e a desiderare una squadra all’altezza dei propri desideri, ovvero dei propri primi ricordi sportivi. Se le cose stanno davvero così, il Bologna è condannato ad avere una platea spaccata in due: da una parte i classe 1961 e 1971, ovvero i 50-60enni, rassegnati all’idea di non vincere mai più e quindi contenti di sopravvivere dignitosamente con un patron distante ma affidabile; dall’altra i 1981 e 1991, figli dell’ultimo squarcio di luce divina caduto su questi lidi e dunque più pretenziosi.
Io intravedo purtroppo una terza generazione, che il COVID sta contribuendo a far crescere sotto i nostri occhi indifferenti, ed è quella che allo stadio non metterà mai piede. Sono i figli di un analfabetismo sportivo ai quali il lockdown ha già tolto un campionato e mezzo, consegnandoli forse irreversibilmente alla finzione digitale degli highlights, quella che ha ormai sostituito in pianta stabile la vecchia partita da 90 minuti in televisione. Sono quelli che hanno cominciato a tifare i singoli campioni stranieri (Messi, Ronaldo, Mbappé, Haaland) preferendoli alle squadre di club, giacché il fuoriclasse vince sempre per definizione, mentre un gruppo è esposto molto più facilmente alla sconfitta. Soprattutto se quel gruppo si chiama Bologna.
Il campionato di Serie A che comincia oggi sarà falcidiato da quell’odiosa e irragionevole selezione all’entrata che priverà migliaia di persone di un appuntamento sociale fondamentale. Sempre meglio delle porte chiuse, dirà qualcuno. Però alcuni stati d’Europa, come l’Austria, permettono l’ingresso senza distanziamento anche nei teatri al chiuso, invece l’Italia continua a voler tenere distanziate le persone nei luoghi aperti, in regime di Green Pass e con una popolazione vaccinata per due terzi con entrambe le dosi. Quanto sopravviverà il calcio (per non parlare poi degli altri sport, vedi basket e volley) a queste condizioni?

Luca Baccolini

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