La radiografia è impietosa: nelle ultime 9 giornate di Serie A il Bologna ha vinto una sola volta, segnatamente con l’ultima in classifica (e pure col rischio di pareggiare); 6 sono i punti raccolti su 27 disponibili (solo il Pisa ha fatto peggio); 14 le partite consecutive (sommate tutte le competizioni) in cui si è subito gol. Tutte le squadre hanno punti di rottura, ma quella che si è aperta ora nel BFC sembra la faglia di Sant’Andrea.
Sia chiaro: se in un qualsiasi momento degli anni passati ci avessero profetizzato un ottavo posto con 30 punti in 21 gare non avremmo storto il naso; ma le aspettative generate negli ultimi mesi hanno un po’ drogato la nostra percezione della squadra, facendocela ritenere più forte di quello che forse, effettivamente, è. Del resto, come si potrebbe pretendere di stare davanti a Juventus e Roma con un solo vero attaccante a disposizione (Castro), quello che fino ad un anno e mezzo fa rappresentava la ruota di scorta di Zirkzee e che non più tardi dell’estate scorsa doveva svolgere il ruolo di vice Immobile?
Il sospetto che Italiano abbia contribuito in maniera sostanziale a gonfiare il valore e le prestazioni della rosa molto più della somma dei suoi singoli è ancora fortissimo e rasenta la certezza. Ma altrettanto forte ora è il timore che questo carillon meraviglioso abbia smesso di girare coi suoi oliatissimi meccanismi.
Renzo Ulivieri, intervistato spesso in quanto maestro di Italiano a Coverciano, sostiene che le squadre che giocano bene vengano sempre, prima o dopo, «smascherate dagli avversari», perché tutti studiano e tutti finiscono per smontare segreti tattici gelosamente occultati dietro l’estemporaneità dell’entusiasmo. Ben venga, insomma, la piccola rivoluzione che sembra aver avviato il club in questo mercato invernale, senza aspettare l’estate.
L’arrivo di Helland in difesa dice già chi sarà l’erede di Lucumí, chiaramente destinato al suo ‘promesso sposo’, il Sunderland; Sohm, invece, va ancora scoperto e tarato sui nostri colori. Peccato che il suo arrivo sia coinciso con l’addio di Fabbian, la cui partenza ha mostrato in controluce una prima piccola crepa nella comunicazione tra tecnico e società: il mister non aveva fatto mistero di volerlo tenere, e in meno di 24 ore il ragazzo ha fatto i bagagli. Non un tempismo fortunato, perlomeno.
Speriamo non sia il sintomo di future e più sostanziali incomprensioni. Certo Fabbian non era più il giocatore in grado di cambiare le sorti di una partita, ma a Italiano piaceva molto per il suo atteggiamento garibaldino, da cuore perennemente oltre l’ostacolo. Questo sicuramente mancherà, come si è notato nei dieci minuti finali contro la Fiorentina, nei quali l’ex Inter ha riavviato il cuore esangue del Bologna con un massaggio cardiaco portentoso.
Ora questo massaggio lo deve fare l’allenatore, anche se al momento non si capisce come sia possibile recuperare 7 punti su un Como così abbondantemente baciato dalla grazia divina e così libero da altre distrazioni come quella coppa chiamata Europa League, il cui relativamente scarso appeal ha già mostrato di intaccare anche i più solidi entusiasmi. Eppure è da qui che si deve ripartire.
Lo scorso anno un normalissimo nono posto è stato nobilitato dalla storica vittoria in Coppa Italia. Quest’anno un eventuale ulteriore nono posto avrebbe bisogno di un altro gustoso edulcorante. Il rischio, va da sé, è quello di doversi ridimensionare più in fretta del previsto, tra cessioni e fuggi fuggi dei contratti pesanti (compresi quelli ancora da rinnovare, vedi Freuler e Orsolini). C’è ancora tutto il tempo per scongiurare questo scenario.
Luca Baccolini
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Foto: Alessandro Sabattini/Getty Images (via OneFootball)
