Quando Creso chiese all’Oracolo di Delfi se dovesse muovere contro i Persiani, si sentì rispondere che, varcato il fiume Halys, avrebbe distrutto un grande impero. Partì raggiante. L’impero era il suo. A Creso ho ripensato rileggendo un mio pezzo uscito qui l’11 settembre, titolo Il Bologna farà 65 punti.
La squadra ne aveva uno dopo tre giornate e chi scrive ne annunciava altri sessantaquattro. Fui preso in giro, e con qualche ragione. In quelle righe compativo Firenze, ansiosa di cambiare rotta, e spiegavo che sotto le Due Torri il tempo si deve dopotutto concedere, perché il Bologna di Tedesco aveva molto da realizzare.
Cinque giorni dopo Tedesco era già esonerato. I filosofi la chiamano ‘eterogenesi dei fini’. A Bologna si direbbe in un altro modo, ma questo è un sito letto anche dalle famiglie. Oggi Palladino viaggia a 13 punti in 6 partite. Con quello ereditato fanno 14 e il nono posto (ottavo in compartecipazione col Napoli): 9 lunghezze dal quarto, 3 dal settimo, una classifica ancora normale.
È l’andatura a non esserlo: a questo passo, nelle 28 giornate che restano, il Bologna chiuderebbe attorno a quota 75. Per fare 65 ne bastano 51, cioè 1,82 a partita, e nessuno creda che sia poco: il Bologna di Motta andò in Champions con 68, cioè 1,79. Però dal cambio in panchina tra Tedesco e Palladino, solo la Lazio ha fatto meglio in tutta la Serie A. La mia sparata rischia di passare per prudente.
Che cos’è cambiato? Prima di tutto il rapporto col pallone. Tedesco lo teneva, 55% di possesso medio, e ci ricavava 2 gol in 4 gare. Palladino l’ha restituito agli avversari: 41,5% nelle prime due uscite, attorno al 35% nel 4-2 di San Siro, dove il BFC non vinceva da un decennio. Difesa a tre, Zortea e Miranda alti sulle fasce (nei loro ruoli naturali), palla subito sulla punta, sponda e uno contro uno delle ali.
Una squadra che sa quando aggredire e quando aspettare. Poi le gambe, perché ora sul pallone si arriva prima. Poi il carattere: due rimonte di fila, Milan e Monza, per un gruppo che fin lì non ne aveva completata una. Infine la profondità della rosa. L’intensità ha presentato il conto, Piccoli, Orsolini e Odgaard si sono fermati ma i punti sono arrivati lo stesso: Cambiaghi a inventare da sinistra, Bernardeschi creatore di gioco, altro che mezzala.
Si poteva vedere a settembre? In parte sì, ed è la parte che rivendico. Le tre sconfitte con Tedesco erano finite tutte 1-0: contro la Lazio, oggi prima e imbattuta, contro il Napoli e contro un’Atalanta che già allora aveva più punti che meriti, e che adesso ci sta dietro. Non erano i referti di una compagine da salvezza stentata.
Scrivevo pure che le squadre non sono magazzini da riempire, fuori uno e dentro un altro, ma alchimie provvisorie che un allenatore deve saper far funzionare. E mi chiedevo se Mbangula non valesse il primo Rowe: ha risposto con una tripletta al Milan. A settembre scrivevo che all’alba e al tramonto le ombre sono tutte sbilenche. Ora il sole è un po’ più alto e si comincia a distinguere la forma delle cose.
Il Bologna ne farà 65. Almeno. Stavolta però lo dico piano, per il bene di Palladino.
Luca Baccolini
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Foto: Emmanuele Ciancaglini/Getty Images (via OneFootball)
