A pochi giorni dal debutto in campionato il Bologna si ritrova forse con poche certezze di campo, ma di sicuro con le tasche piene. E poiché il dio denaro è pur sempre il propellente nobile per continuare a puntare alla luna, la cosa non può che farci sorridere. In uno dei mercati più poveri degli ultimi anni, con trattative tirate all’estremo per limare anche il centesimo, quello rossoblù è al momento il club di Serie A che ha saputo vendere di più e meglio nell’ultima sessione estiva.
Le cifre grezze parlano di un’ottantina di milioni (da ripartire poi negli anni a seconda dei singoli accordi), e già questa è una lezione di chirurgia finanziaria, tempestività e visione strategica, firmata dall’alchimia perfetta tra la proprietà Saputo, la regia di Claudio Fenucci e il fiuto – quasi – infallibile di Giovanni Sartori e Marco Di Vaio.
La Dea del mercato, l’Atalanta, si è fermata per ora a 74-75 milioni. Il Napoli, tra le poche società italiane ad aver vinto senza affossare i bilanci, si è assestato su una cinquantina. Se il calcio annaspa tra conti in rosso e incapacità cronica di conciliari risultati e bilanci, Casteldebole si conferma dunque un laboratorio dove la sostanza economica si sposa con ambizioni non rasoterra.
Il modello ora è cristallino e speriamo diventi automatico: prendi un talento ancora da sgrezzare, lo affidi a mani sapienti per modellarlo, lo porti a splendere sotto i riflettori e dopo due anni gestisci la trattativa senza farti strozzare. A cicli biennali è così che sono stati presi e venduti i vari Hickey, Tomiyasu, Zirkzee, Beukema e Ndoye. Le cessioni eccellenti non sono state affatto un ridimensionamento, ma l’approdo logico di un processo di valorizzazione che oggi fa scuola in tutta la Serie A, dimostrando un rapporto record tra il costo d’acquisto originario e l’incredibile plusvalenza realizzata, per giunta in poco tempo.
Adesso a Bologna non ci si limita più a guardare la luna da lontano, ma si costruisce con pazienza il razzo migliore per andarsela a prendere. Le risorse generate da questo mercato da manuale rappresentano esattamente quel propellente ad altissimi ottani che serve per sostenere l’ambizione a lungo termine.
Monetizzare al picco massimo della prestazione di un atleta, infatti, non significa impoverire la rosa ma rigenerarla. Vendersi bene sul mercato globale è la forma più alta di intelligenza aziendale e sportiva, perché garantisce salute patrimoniale, permette di reinvestire con tempestività su profili di prospettiva immediata, amplifica la rete di scouting e aumenta l’appeal del club verso i campioni di domani.
Il BFC non ha ceduto i suoi gioielli per necessità, ha semplicemente raccolto i frutti maturi di un lavoro straordinario per piantare alberi con radici ancora più profonde. E nel frattempo è riuscito a blindare Orsolini come bandiera del futuro. Non poco. Certo, resta la sfida più affascinante e delicata: trasformare le cifre sui bilanci in quella chimica misteriosa che fa girare la palla.
Tra i gradoni del Dall’Ara, mentre l’aria si fa più fitta e la stagione entra nel vivo, i conti in ordine sono un bell’andare, ma il tifoso giustamente chiede di vedere come si incastrano i nuovi pezzi del mosaico. La verità è che nessuna operazione finanziaria, per quanto brillante, regala punti in classifica da sola. Serve il tempo, serve il lavoro sul campo, serve quella pazienza (dote non molto bolognese) di saper aspettare che i nuovi arrivati imparino la lingua e la geografia del nostro campionato, possibilmente prima che diventino carne da mercato.
Eppure, la sensazione che si respira attorno al club non è quella del ridimensionamento, ma quella di un cantiere aperto con una mappa ben chiara in testa. Le cessioni da record hanno dato spalle larghe per programmare senza l’ansia del futuro. Non facciamocela venire noi.
Luca Baccolini
© Riproduzione Riservata
Foto: Dan Istitene/Getty Images (via OneFootball)
