Il Bologna farà 65 punti. In quale stagione? In questa. È una profezia? Sì. Sballata? Forse. Ma alla terza giornata, approssimandosi la quarta, possiamo ancora permetterci il lusso di giocare. Di sicuro non mi accodo, come s’è capito, alla lunga teoria dei pessimisti, a chi rimpiange Rowe, a chi sottolinea il fatto di non aver sostituito adeguatamente (o addirittura in toto) alcuni giocatori chiave.
Le squadre non sono dei magazzini a riempimento “fuori uno, dentro un altro”. Sono delle alchimie, dei legami provvisori (nel calcio di oggi direi ultra-provvisori) che un bravo allenatore ha il merito di far funzionare per un numero limitato di partite, prima che avversari sempre più tecnologicamente scafati indovinino la chiave per vanificare l’incantesimo. Ecco perché i cicli tecnici durano sempre meno.
Prendo però gli ultimi incipit dei due allenatori che ci hanno consegnato la parvenza di un Bologna a tratti imbattibile, spesso bello, quasi mai noioso: Thiago Motta raccolse un punto nelle prime quattro uscite; Italiano ne fece due, ringraziando Iling Junior che segnò a tempo scaduto a Como, quando il Como non era ancora il Como. Anche Inzaghi, se è per questo, raccolse un punto soltanto nelle prime quattro uscite, ma questa è un’altra storia, poco edificante.
Cosa ci dice questo? Che gli incipit non sono quasi mai lo svolgimento di un tema. Guidolin, a Udine, iniziò il suo ciclo-Champions con cinque sconfitte consecutive. Ulivieri e Baggio iniziarono con un doppio ko per 4-2 il loro faticosissimo ma remunerativo matrimonio forzato. C’è tempo per crescere, ma quel tempo lo dobbiamo concedere noi.
È quel tempo che a Firenze non possono più permettersi di utilizzare, ansiosi come sono di cambiare rotta a una nave che sembra fare il giro attorno a un mulinello da lei stessa creato. Qui no. A Bologna esiste una società che porta gente allo stadio non per raccontare favole, ma per parlare di progetti concreti. Magari prudenti, ma realizzabili. E di cose da realizzare il Bologna “di” Tedesco può averne molte.
I segnali ci sono tutti: due attaccanti funzionanti contro il solo attaccante che avevamo l’anno scorso; un set di esterni rimasto pressoché inalterato nei valori di massima (Mbangula vale l’incerto e arruffone Rowe di inizio stagione scorsa? Forse sì); c’è anche una mediana con un El Azzouzi ritrovato (fu lui a mandarci in Champions, forse lo dimentichiamo) e c’è un atteggiamento in campo immediatamente apparso volitivo, mai rinunciatario, esplicito nella proposta di gioco (la qualità arriverà).
È arrivato solo un punto, è vero. Ma potevano essere tre, se con la Lazio fosse andata come doveva andare, e forse quattro se Samardzic fosse stato minimamente contenuto all’ultimo respiro di una gara dove i rossoblù avevano dominato. L’Atalanta, a quota sei, ha fatto molto meno del Bologna per meritare quel punteggio.
Quando il sole sorge e tramonta, le ombre sono tutte sbilenche. Non facciamoci ingannare dai riflessi. Il Bologna ne farà 65.
Luca Baccolini
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Foto: Emmanuele Ciancaglini/Getty Images (via OneFootball)
