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Il calcio non è una scienza esatta, il tifo ancora meno

Il calcio non è una scienza esatta, il tifo ancora meno

Ph. Emmanuele Ciancaglini/Getty Images (via OneFootball)

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A volte ci si dimentica che essere tifosi della stessa squadra non significa dover condividere la stessa identica idea.

Ci si riconosce in una fede comune, ci si abbraccia ai gol, ma poi bastano una frase sbilenca e un parere forte ed ecco consumarsi il tradimento.

La verità è che pretendere di andare sempre d’accordo solo perché si amano gli stessi colori è una trappola concettuale. Non funziona così in politica, non funziona nella religione, non funziona nemmeno in un matrimonio. Se messi davanti allo stesso problema, due medici proporranno terapie differenti. Due architetti disegneranno progetti opposti, ciascuno convinto che quello dell’altro non reggerà e che non si troveranno le coperture.

Perché dovrebbe esserci una totale comunione d’intenti nel tifo, se è proprio il calcio a non essere una scienza esatta?

Allenatori diversi valuteranno in modo diverso la stessa rosa. Chiederanno più o meno rinforzi, attingeranno poco o molto dalla Primavera, difenderanno a 3 o a 4, chiederanno ai loro giocatori di adattarsi o li schiereranno secondo dogma.

A quegli allenatori verranno messi a disposizioni giocatori scelti da direttori sportivi che con gli stessi dati sotto mano avranno optato per un acquisto anziché per un altro, e gli stadi si riempiranno di tifosi che chiederanno pragmatismo e di altri che festeggeranno uno scudetto a denti stretti perché non hanno visto il bel gioco.

Dipende dalla mentalità, dal carattere, dalla filosofia: in una parola, è tutto soggettivo.

C’è chi come tifoso si abitua in fretta agli anni di vacche grasse e non ne ha mai abbastanza. Hai voglia a dirgli che solo pochi anni fa per ascoltare una canzone dovevi comprare il disco o aspettare che passasse per radio, continuerà ad aprire Spotify e a lamentarsi perché non c’è niente da ascoltare. E magari c’era già anche lui, al tempo dei dischi. Solo che si è abituato.

Ha mangiato ma non è sazio, ha un giocattolo in mano e già chiede a mamma e papà di comprargliene un altro. Ha goduto, non ha nessuna intenzione di smettere e proprio non capisce chi parla di accontentarsi.

Al lato opposto ci sono gli altri. Le ristrettezze le ricordano talmente bene che vivono tutta la loro vita temendo di doverci convivere di nuovo. Sono quelli che «il poco è meglio del niente», che bisogna essere grati perché c’è chi sta peggio. Quelli che magari passano un po’ sempliciotti, ma in cuor loro sono felici di sapere esercitare la gratitudine.

Entrambi i profili potrebbero essere facilmente dileggiati, se si volesse. E forse è proprio questo il problema. Che si cerca il lato più esposto per piazzare il morso, anziché inclinarsi per mettersi in ascolto.

A volte, quando ci ritroviamo a leggere o ad ascoltare un parere che sentiamo distante, basterebbe ricordarsi che quel tifoso sta solamente esercitando il suo amore nella forma che ritiene più opportuna. E se non c’è una devianza conclamata e oggettivamente pericolosa, questo non può mai essere un problema.

Fabio Cassanelli

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Foto: Emmanuele Ciancaglini/Getty Images (via OneFootball)

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