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Il mercato di gennaio chiedeva coraggio, invece mostra contraddizione. Ne esce un Bologna un po’ più debole

Il mercato di gennaio chiedeva coraggio, invece mostra contraddizione. Ne esce un Bologna un pò più debole

Ph. Alessandro Sabattini/Getty Images (via OneFootball)

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Il mercato di gennaio è per definizione il terreno per la correzione, per l’emergenza, ma è soprattutto un momento per far emergere la verità. Dice, in sostanza, cosa una società pensa di se stessa, quanto crede nel proprio progetto e quanto è disposta a rischiare per farlo crescere. Il Bologna, arrivato alle porte dell’inverno con ambizioni più che legittime e una classifica che teneva aperti scenari promettenti, ha scelto invece una linea prudente, quasi difensiva. Una linea che ora sembra assecondare, anziché contrastare, la frenata della squadra, ora decima e distante ben 11 punti dalla zona europea.

L’operazione di compravendita di Ciro Immobile si inserisce perfettamente in questo contesto. Non come errore isolato, ma come simbolo di un mercato estivo che ha preferito il nome alla funzione, l’esperienza alla prospettiva, l’immediato (presunto) al futuro. Un mercato che ha dato l’impressione di voler ‘non sbagliare’, finendo però per non migliorare.

Bologna che è arrivato a gennaio con un problema chiaro: produzione offensiva intermittente e poche alternative reali in avanti, posto che né Dallinga né Castro somigliano al prototipo del goleador ‘autonomo’ alla Di Vaio. Certo non mancavano i gol in assoluto, ma mancava continuità, imprevedibilità, la sensazione di poter cambiare spartito a partita in corso.

E invece l’unica scelta è stata quella di cedere Immobile. Per carità, scelta sacrosanta, per i non risultati prodotti. Ma a questo punto è lecito chiedersi cos’abbia animato l’acquisto di un attaccante di 35 anni dal curriculum straordinario ma dal presente fragile. Un’operazione che ha immediatamente occupato una fetta rilevante di risorse economiche e soprattutto di spazio simbolico. Perché quando prendi Immobile, non prendi solo un centravanti: prendi una gerarchia, un’idea di gioco che difficilmente può convivere con la sperimentazione. E la prova l’abbiamo avuta in estate, quando Ciro e la sua aura avevano finito per eclissare Castro.

Il punto non è il rendimento dell’ex Lazio, comunque deludente. Il punto è l’effetto domino che questa scelta ha prodotto sull’intero mercato rossoblù. Da quel momento in poi, ogni possibile innesto offensivo è diventato superfluo o incompatibile. Un giovane da lanciare avrebbe avuto minuti marginali. Un profilo straniero emergente avrebbe rischiato di bruciarsi. Una scommessa vera avrebbe richiesto pazienza.

Così la società ha chiuso la sessione senza aver realmente ampliato il proprio orizzonte tecnico. Ha rinunciato ad un nome, ma non ha trovato una soluzione. Ha messo una toppa sul piano economico, evitando di pagare altri sei mesi un paio di milioni lordi di ingaggio, ma non costruito un’alternativa.

È qui che il mercato invernale del BFC mostra la sua contraddizione più evidente. Negli ultimi anni, il club aveva costruito la propria credibilità su operazioni coraggiose, su giocatori valorizzati, su intuizioni che guardavano avanti. Questo mese di gennaio, invece, ha segnato una battuta d’arresto culturale: come se la crescita raggiunta avesse generato paura di perdere equilibrio, spingendo verso scelte conservative.

Ma il calcio non premia chi si ferma. E il rischio, oggi, è che questo mercato abbia lasciato il Bologna esattamente dov’era, se non leggermente più debole, tenendo conto del sacrificio di Fabbian, la cui partenza ha reso il reparto offensivo ancor meno mobile, fluido, imprevedibile.

Immobile, in questo quadro, diventa quasi una vittima del contesto. Gli è stato chiesto di essere ancora il centravanti dominante, quello che sposta i risultati, quando il suo calcio – inevitabilmente – ha bisogno di un sistema che lo protegga e lo serva, tanto più a 35 anni, quasi 36.

Il vero errore del Bologna, dunque, non è aver sbagliato un giocatore. È aver sbagliato la lettura del momento. Gennaio chiedeva coraggio, visione, magari anche un azzardo. E nel calcio moderno, a volte, è proprio lì che si misura la distanza tra chi costruisce un futuro e chi prova semplicemente a difendere il presente.

Luca Baccolini

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Foto: Alessandro Sabattini/Getty Images (via OneFootball)

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