Le notti europee servono a mettere una squadra davanti al proprio limite e a chiederle se è disposta a superarlo. Stasera, in un Dall’Ara gremito, il Bologna avrà l’occasione di rispondere a questa domanda. E qualunque sarà la risposta, difficilmente avremo a che fare con la stessa squadra di oggi. In un verso o nell’altro, l’esito dei quarti di finale condizionerà il prossimo futuro del club, con o senza Italiano.
Il BFC ha già dimostrato di poter stare in Europa, ma ora deve dimostrare di saperci rimanere con ambizione. E per farlo serve qualcosa in più rispetto a quanto visto sin qui: una gestione emotiva diversa, una capacità di leggere i momenti della partita che finora è appartenuta più agli avversari che ai rossoblù.
L’Aston Villa, in tal senso, rappresenta un esame universitario dopo una serie di prove intermedie superate brillantemente. La squadra inglese non ti concede molto, ma soprattutto non ti perdona. Sa essere paziente, sa aspettare, e quando individua una crepa la allarga senza esitazioni. È costruita per vincere questo tipo di gare, mentre il Bologna sta ancora imparando come farlo.
Vero però che i felsinei hanno costruito il proprio percorso europeo su un’identità forte, riconoscibile, che non è mai venuta meno nemmeno nei momenti più complicati. Il rischio, semmai, è quello di tradirla proprio adesso, nel momento in cui la posta in palio si alza.
C’è poi un altro livello, più sottile, che riguarda la percezione. Fino ad oggi Ferguson e compagni hanno giocato col vantaggio di chi aveva poco da perdere. Ora non è più così. Ora c’è un’attesa, c’è un’idea diffusa che si possa davvero andare avanti. Per questo Bologna-Aston Villa è, prima ancora che tattica e fisica, una sfida mentale. È la verifica di quanto la squadra di Italiano sia cresciuta non solo nel gioco, ma nella consapevolezza.
L’Europa, paradossalmente, offre al BFC condizioni più favorevoli. Le avversarie affrontate hanno spesso un atteggiamento più propositivo, meno attendista. Questo apre spazi, aumenta il ritmo, crea contesti più simili a quelli in cui i rossoblù ad esprimere il proprio calcio. È un fatto quasi strutturale: alcune formazioni sono costruite per attaccare meglio che per gestire, per reagire meglio che per controllare.
C’è poi un fattore tattico. Nelle competizioni europee, soprattutto nelle fasi ad eliminazione diretta, le gare sono più ‘leggibili’. Due confronti, preparati nel dettaglio, con meno variabili. Il lavoro dell’allenatore incide di più, la preparazione specifica può fare la differenza. In un campionato lungo come la Serie A, invece, la varietà degli avversari e delle situazioni richiede una capacità di adattamento continua che il Bologna sta ancora sviluppando.
Non va sottovalutato nemmeno l’aspetto mentale legato alla percezione. In Europa, il Bologna ha giocato spesso senza il peso del pronostico. Anche dopo le prime vittorie, è rimasta una compagine ‘in ascesa’, libera di sorprendere. In campionato, al contrario, le aspettative sono cambiate più rapidamente. E giocare da squadra attesa, da squadra che deve fare la partita, è un passaggio complesso, soprattutto per un gruppo relativamente giovane.
Infine, c’è una questione di profondità e gestione delle energie. Le coppe permettono rotazioni mirate, picchi di forma costruiti su singoli match. Mentre la Serie A richiede continuità assoluta, settimana dopo settimana. Ed è proprio nella continuità che il BFC ha mostrato qualche oscillazione di troppo. Tutto ciò non ridimensiona il percorso europeo, ma lo spiega. Anzi, lo valorizza. Perché significa che il Bologna ha già sviluppato alcune qualità di alto livello: identità, coraggio, capacità di esibirsi nei contesti più esigenti. Quel che manca, semmai, è l’ultimo passaggio: trasformare queste qualità in abitudine.
Luca Baccolini
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Foto: Justin Setterfield/Getty Images (via OneFootball)
