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La zona calda sembra il riassunto del recente passato rossoblù. Ma ora il Bologna è già su un altro pianeta

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Cinque anni fa, proprio verso le idi di marzo, il Bologna di Sinisa Mihajlovic (reduce da tre sconfitte consecutive, che avevano vanificato l’exploit iniziale di San Siro) cominciava la lunga rincorsa che lo avrebbe portato dal diciottesimo al decimo posto. Solo chi ha passato momenti sportivi così ansiogeni può comprendere la stretta alla gola che prende le squadre attorno a questo snodo del campionato, quando ogni partita diventa una finale e ogni sconfitta si trasforma in un baratro all’apparenza insuperabile.
Lecce, Sassuolo ed Empoli sono, a vario titolo, i tre club che la cronaca sportiva locale ha indicato più spesso come esempio virtuoso (tolta l’Atalanta, che ormai fa letteratura a sé): i salentini per il monte ingaggi più contenuto della Serie A, i modenesi per il modello Squinzi, che si regge anche senza godere di un sostanziale bacino d’utenza, i toscani per la loro capacità di risorgere continuamente infischiandosene di cicliche retrocessioni. Oggi i rossoblù guardano queste squadre col doppio dei punti in classifica: e così ogni residua tentazione di fare paragoni evapora all’istante.
A ben vedere, la Salernitana che chiama e poi esonera Pippo Inzaghi, il Sassuolo che si affida a Davide Ballardini e il Lecce che punta su Luca Gotti (l’ex tattico di Donadoni) offrono il remake delle nostre ultime stagioni più disastrose o più mediocri (non sempre per colpa dei diretti interessati, beninteso). Gli errori degli altri, e il tentativo di porvi rimedio, ci dicono in realtà che il Bologna è già in un’altra fase della sua vita. Semplicemente perché quei nomi appartengono a un passato che qui non tornerà più.

Luca Baccolini

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