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Pacata, guascona e orgogliosa: ogni anima di Bologna ha trovato nel club i suoi rappresentanti

Ph. zerocinquantuno.it

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C’è la Bologna educata, composta, rispettosa, quella che anche quando le cose andavano male borbottava perché proprio non ce la faceva più, ma fischiare no, questo mai.
C’è la Bologna divertente, irriverente e sfacciata, quella che si ride addosso e sembra non prendersi troppo sul serio, ma ha una passionalità verace e il suo humour è solo uno scudo.
C’è, infine, la Bologna orgogliosa, quella per cui il BFC non ha mai smesso di far tremare il mondo, che non parte mai battuta e, anche se in epoca recente a perdere ha dovuto abituarsi eccome, ha sempre conservato il piglio di chi sa che un futuro migliore non è così lontano.
Oggi, grazie ad una società ricca innanzitutto dal punto di vista umano, le diverse anime della piazza felsinea possono identificarsi in uno o più uomini di riferimento.
Il lato preponderante resta quello all’insegna di una pacatezza quasi nobiliare, incarnata da Joey Saputo, Claudio Fenucci e Riccardo Bigon, mai sopra le righe. A loro si potrebbe associare anche Emilio De Leo, che non avrebbe certo voluto ottenere a discapito del mister la notorietà che l’ha investito, ma che durante la stagione si è sempre distinto per signorilità e gentilezza espositiva.
Marco Di Vaio è il perfetto trait d’union tra il rigore e la fantasia: bolognese d’adozione, ha saputo reinventarsi e crescere come dirigente dopo una vita da calciatore, mostrando fin dagli albori notevoli doti da contrattatore: non andrebbe mai dimenticato che fu lui a parlare del club e della città al patron, ai tempi di Montreal.
Walter Sabatini e Sinisa Mihajlovic, infine, sono stati capaci di riaccendere l’entusiasmo della frangia rossoblù più ‘carnale’, emotiva e battagliera, coinvolgendola a parole e con gli atteggiamenti. Il loro fervore non ha però mai valicato il confine della spacconeria, né tantomeno quello dell’arrogante desiderio di essere trattati con un occhio di riguardo: i due, da sempre abituati a guadagnarsi tutto sul campo, non implorano favori, e se non sono stati piegati dai tiri mancini che la salute gli ha riservato è improbabile che li si vedrà mai inginocchiati davanti ad alcunché.
Il carisma e la vigoria di Sabatini e Mihajlovic sono provvidenzialmente giunti a riempire un vuoto che a Bologna era tale da tempo, dato che prima Pantaleo Corvino, poi Roberto Donadoni e infine Filippo Inzaghi non erano riusciti (per la breve permanenza il primo e il terzo, seppur con risultati differenti, per indole il secondo) a portare o comunque a far attecchire all’interno della società elementi caratteriali che già non fossero presenti in altri soggetti.
Oggi il quadro è finalmente completo, e l’aspetto maggiormente positivo è che personalità così diverse stiano riuscendo a coabitare alla perfezione, accomunate dal desiderio di far tornare a gioire le diverse anime della città. Come se fossero una soltanto.

Fabio Cassanelli

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