La partita contro il Celtic è raccontabile in poche righe. Mi ha fatto molto piacere rivedere un Dall’Ara adrenalinico trascinare un Bologna arrembante, voglioso di imporre il proprio gioco all’avversario. Ha fatto eccezione il primo quarto d’ora, ma unicamente a causa del clamoroso errore di Skorupski, tanto che la non scontata reazione al doppio svantaggio è stata così vibrante da far pensare che i felsinei potessero ribaltarla completamente. Gli scozzesi erano inferiori, certo, ma la verità è che sono stati messi sotto da una squadra che ha una concezione di calcio molto europea: se il match non fosse nato con l’handicap del gol incassato a freddo, Ferguson e compagni avrebbero potuto tranquillamente avere la meglio.
Non credo, a tal proposito, che l’inferiorità numerica abbia pesato così tanto, né che sia un alibi sufficiente per il secondo tempo fatto dal Celtic. La formazione di O’Neill mi era sembrata abbordabile anche prima dell’espulsione di Hatate, e comunque gli stessi rossoblù sono la testimonianza che in dieci non solo si può reggere meglio l’urto, ma si può persino dominare il gioco, come accaduto contro il Brann.
Archiviata la serata di ieri, oggi ci tengo a condividere il mio punto di vista sulla situazione che stiamo vivendo da dicembre a questa parte. La piazza si era fatta la bocca buona, e non dico che ci fosse qualcosa di sbagliato: i risultati del BFC sono stati continuativamente ottimi per un lungo periodo di tempo, ed è normale che i tifosi si fossero abituati bene. Il cambio di passo in negativo è stato ancor più doloroso perché inaspettato, lo capisco, ma credo che lo sguardo andrebbe allargato e che l’analisi complessiva ne gioverebbe.
Partite come quella di ieri sera, in città, le abbiamo sognate per anni. Ora che sono diventate parte della nostra dimensione, in tanti le vivono come qualcosa di dovuto. Senza alcun intento polemico ci tengo a sottolineare che traguardi quali i piazzamenti europei, i titoli entusiasti delle testate giornalistiche straniere o una classifica che da anni non vede il Bologna abitare la colonna destra della classifica sono una bellissima realtà, ma forse qualcuno li considera, adesso che sono stati acquisiti, come lo standard minimo che i rossoblù dovranno per forza tenere da ora in poi. Non è così.
Il Bologna è ottavo in campionato, deve giocare i quarti di finale di Coppa Italia e ha appena strappato matematicamente il pass per i playoff di Europa League, altro obiettivo raggiunto e accolto quasi con un’alzata di spalle da molti di noi. La situazione non mi sembra così negativa se la si guarda a mente fredda, una volta sbollita la rabbia per una Supercoppa sfumata, una vittoria sfuggita al 92′ o l’errore individuale di questo o quel giocatore.
Tanti tifosi e osservatori da settimane si barcamenano in cerca della ricetta che possa risolvere i mali del BFC, spesso lanciandosi in analisi quantomeno fantasiose sulle reali abilità di una squadra e di un mister idolatrati fino all’altro giorno. Se mi impongo di essere lucido, la flessione dei rossoblù è evidente ma non riesco a parlare di crisi: gli obiettivi di inizio stagione sono ancora tutti alla portata. Forse il ‘problema’, se così lo si vuole definire, è che dopo un inizio d’anno sfavillante qualcuno aveva persino cominciato a parlare di scudetto. Non è certo a quello, però, che ambisce un club come il Bologna a inizio stagione.
Lo straordinario, come la qualificazione in Champions League di due anni fa o la Coppa Italia vinta lo scorso anno è, per l’appunto, qualcosa che capita di rado: emozioni del genere dovremmo tenercele strette e augurandocene altre simili, senza per questo pretenderle. Il Bologna di oggi è esattamente dove solo tre anni fa tutti avremmo voluto che fosse: delusione del periodo a parte, cerchiamo di non dimenticarlo mai.
Pepè Anaclerio
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Foto: Alessandro Sabattini/Getty Images (via OneFootball)
