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Il dodicesimo uomo: Rino Rado e il ricordo degli eroi del ’64

Il dodicesimo uomo: Rino Rado e il ricordo degli eroi del '64

Ph. Rino Rado

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Cinquantotto anni e c’è ancora chi ha la fortuna di dire «sembra ieri». Del resto, se in quel caldissimo 7 giugno del 1964 non solo si aveva la fortuna di poter assistere al fatidico spareggio scudetto tra Bologna e Inter, ma si sostava in tribuna allo stadio pronti a scendere in campo, quella giornata non ce la si può certo dimenticare. A raccontare quegli epici momenti è Rino Rado, classe 1941, secondo portiere di quel Bologna dei sogni. «All’Olimpico di Roma sedevo sugli spalti – racconta – perché all’epoca non funzionava come oggi: i sostituti andavano in tribuna a seguire la gara, già cambiati e pronti a subentrare in caso di infortunio di uno dei titolari». Nella sua memoria è ancora oggi lucidissimo il ricordo della partita, dei gol di Fogli e Nielsen e della festa in campo al fischio finale.

La formazione del Bologna per lo spareggio scudetto contro l’Inter (fonte: Imago Images)

«Fu festa grande, sì, ma niente a che vedere con ciò che accade oggi. Arrivati in stazione a Bologna ricevemmo un’accoglienza caldissima, ma nessun pullman scoperto e giro d’onore per le strade della città, anche perché di lì a poco avremmo dovuto affrontare la Juventus nei quarti di Coppa Italia».

Helmut Haller in azione durante lo spareggio scudetto Bologna-Inter (fonte: Imago Images)

Quella sfida era cominciata già diversi giorni prima, col ritiro della squadra a Fregene per abituarsi alle temperature romane. «C’era un caldo bestiale – ricorda Rado – e la domenica sembrava non arrivare mai: la mattina ci si allenava e poi si andava a fare il bagno, per combattere quelle temperature e distrarci dall’attesa della partita. Bernardini mi invitava poi a giocare in coppia con lui a tennis insieme a dei suoi amici giornalisti. Certo, poteva essere rischioso, ma ero talmente giovane a quel tempo che non temevo per gli infortuni».

Mister Bernardini e un tifoso rossoblù abbracciano Haller al termine dello spareggio scudetto Bologna-Inter (fonte: Imago Images)

A 24 anni Rino Rado era infatti la riserva di William Negri, il portiere preso dal Mantova l’anno prima per completare una rosa già zeppa di campioni. Un’intuizione vincente anche per lui, che non viveva affatto la rivalità col numero 1 ma anzi ne riconosceva i grandi meriti. «La nostra squadra era nata bene – prosegue –, su undici titolari avevamo sette-otto nazionali. Negri fu davvero la ciliegina sulla torta di una squadra già fortissima. Una rosa di quindici ragazzi tutti amici tra loro, incluse le rispettive famiglie: io lo ero in particolar modo con Fogli, mio compagno di stanza in ritiro che poi ritrovai qualche tempo dopo a Catania. Il nostro era davvero un grande gruppo, un po’ come lo è stato il Milan in questa stagione, con in più un allenatore straordinario che era dieci anni avanti rispetto agli altri».

Fulvio Bernardini viene portato in trionfo dai suoi giocatori al termine dello spareggio scudetto Bologna-Inter (fonte: Imago Images)

Era questa la ricetta di una squadra vincente secondo Rado, che sottolinea: «Non ce n’era davvero per nessuno ed eravamo alla pari con le rose di squadroni come Inter e Milan, che in quegli anni vinsero la Coppa dei Campioni. Non a caso già nella stagione precedente Bernardini aveva coniato la celebre frase: “Così si gioca solo in Paradiso”. In effetti sembrava davvero di veder giocare il Real Madrid contro il Poggibonsi, anche se spesso erano proprio le squadre più piccole a metterci in difficoltà, perché al nostro cospetto raddoppiavano le forze in campo. Poi ci fu lo scandalo legato al doping e sembrava che dovesse andare tutto storto, ma non ci demmo mai per vinti e raggiungemmo il risultato che meritavamo».

I giocatori del Bologna festeggiano la conquista del settimo scudetto sul prato dell’Olimpico (fonte: Imago Images)

Tra le sue memorie non poteva di certo mancare un ricordo del presidentissimo Renato Dall’Ara, «un uomo d’altri tempi che trattava i giocatori come dei figli. Sì, si può dire che la nostra fosse una società familiare in cui a volte avvenivano scaramucce, come successe per i premi partita, che avvicinandoci allo scudetto volevamo raddoppiati. In quella situazione per fortuna mediò il mister, che fece valere le nostre ragioni». Era direttamente col presidente, infatti, che i giocatori trattavano le questioni societari e personali: non esistevano procuratori e sponsor a influenzare le decisioni, come accade invece nel calcio di oggi.

Rino Rado con la maglia scudettata del Bologna nella stagione 1964-1965 (fonte: Rino Rado)

Una volta appesi i guantoni al chiodo, negli anni Ottanta il veneziano Rado (nato e cresciuto a San Stino di Livenza) tornò a Bologna come preparatore dei portieri della Prima Squadra e in seguito tecnico delle giovanili, restando indissolubilmente legato alla città e ai rossoblù, di cui ancora oggi segue ogni match: «Sono rimasto a vivere qui e abito a poche centinaia di metri dal Dall’Ara, perciò quando giochiamo in casa sono sempre allo stadio. Ritengo che la nostra sia una società con la S maiuscola, con un presidente che molti ci invidiano. La squadra ha diversi talenti e potrebbe ambire ad avere una classifica ben diversa da quella di quest’anno, dove ci sono stati diversi’ cali di tensione che hanno determinato un piazzamento ben al di sotto delle nostre reali potenzialità». E se lo dice un campione d’Italia, c’è da fidarsi.

Giuseppe Mugnano

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Foto copertina: Rino Rado