Fu nei giorni che stavano ricostruendo la seconda abside, quella che dà sulla parte opposta del rione, sull’antica Via de’ Chiari, l’abside aggiunta, quella che, come una soddisfatta superfetazione, conferisce al blocco monumentale di Santa Lucia il suo aspetto megalitico, se la vedi dall’alto delle Torri.
Erano passati più di due decenni da quando ero stato proletario studente, recalcitrante apprendista di tecniche meccaniche, di quella scuola che aveva fatto le fortune dell’industria bolognese e che nella grande chiesa aveva tenuto i suoi laboratori e le sue officine. In precedenza Santa Lucia era stata la prima sede della Virtus Pallacanestro, e prima ancora era stata la pubblica palestra di ginnastica per il popolo. Ma come edificio di culto cristiano esisteva già nel 400 d.C. ed era dedicata a San Petronio. Poi era stata distrutta dagli Ungari, ricostruita nel 1208 e finalmente fatta erigere come chiesa barocca nel 1644 dai gesuiti, proprietari del maestoso e circostante collegio di Santa Lucia, a quel tempo prospicente il canale di Savena: sull’alveo fu costruito il portico sopraelevato col colonnato, quello che i passanti percorrono e i ragazzi pure a tutt’oggi calpestano ritrovandosi a frotte fuori di scuola. Infatti il complesso fino a tempi recenti ospitava, fisicamente interconnesse, tre scuole iconiche per Bologna: l’Istituto Aldini Valeriani, storicamente formatrice delle competenze meccaniche, il Liceo Galvani, che allora era la fabbrica dei notai, dei medici e degli avvocati, e lo scomparso Istituto d’Arte, rimpianta bottega dell’artigianato di alto livello. Sconsacrata ai tempi di Napoleone, la ex chiesa di Santa Lucia aveva poi intrapreso il suo corso moderno e così siamo alle vicende che stiamo raccontando.
Per trent’anni l’Istituto Aldini Valeriani aveva occupato la navata unica della grande chiesa, i liturgici spazi retrostanti e quelli sormontanti con le sue attrezzature e i suoi elefantiaci macchinari. Noi studenti accedevamo dalle aule di teoria alle officine nella cattedrale attraverso un corridoio che percorreva tutto il periplo del palazzo conventuale e si immetteva attraverso una porta laterale che dava sul transetto centrale.
Una mattina d’estate dunque, che il cantiere di ristrutturazione in Santa Lucia era aperto ai quattro venti, io volli andare a farvi visita. Avevo il cuore in tumulto. Mi accompagnava Nicola. Lui era fresco allievo della sezione di scultura dell’Istituto d’Arte che aveva sede sull’ala del convento posta sul lato destro della chiesa, attorno al cortile che aveva l’entrata principale nel portone di via Cartolerie, di fronte al Teatro Duse.
Appena varcata la soglia, tutti e due fummo sovrastati dal vuoto e trapassati dall’eco. Ricordavo come, quindici anni prima, alcune settimane erano state necessarie all’andirivieni dei mezzi per trasferire in altra sede le attrezzature pesanti. Quello spazio era tutt’altro che ignoto a Nicola, ma egli ne ignorava gli intermezzi industriali. «Vedi – cominciai a dirgli –, qui sul piancito erano fissi i torni paralleli, coi gravidi mandrini e le ganasce per fissare i pezzi. L’informe metallo girava vorticoso: tua l’abilità di incontrarlo con la punta dell’utensile manovrando i volantini con una mano a levogiro e con l’altra a destrogiro. Io stesso vi fui applicato e le mie esecuzioni brillavano per fattura e precisione, benché difettassero al vaglio delle procedure tempi e metodi, siccome il tempo già si prefigurava come danaro. Nicola scuoteva la testa, una dimensione che non apparteneva al suo mondo.
In alto, sui matronei alla sommità delle volte delle cappelle laterali, avevano fissato piattaforme per far posto a trapani frese e banchi di aggiustaggio, cui si accedeva per scale metalliche e dove noi turbolenti scolari di allora formicolavamo tra madonne benedicenti e angeli dispiegati, cui non arrecavamo del resto disturbo od offesa. Cuccioli di animale eravamo, e inconsapevoli, ma misteriosamente rispettosi della forma sacrale che ci ospitava, se non per l’innocente vezzo, lo ammettevo, di ingessare la dentatura delle lime da lavoro sulle natiche paffute dei putti di gesso secenteschi. All’inizio della navata erano posizionate le macchine più ingombranti. Le alesatrici e le fresatrici con lo slittone, le piallatrici il cui scalpello di diamante arricciava trucioli di acciaio roventi e rabbiosi. Ci avevano insegnato il primo giorno che si chiamava utensile lo strumento atto ad incidere, mentre attrezzo il supporto che lo teneva. Ma il tecnico che ti affilava gli utensili si chiamava attrezzista. L’attrezzista stava nel suo stambugio a disposizione di tutti gli operatori, come un arrotino che in antica battaglia affiancasse l’esercito per affilare le spade. Al centro della navata stava l’altare maggiore, sempre coperto di ingombri. Noi lo vedevamo e non lo vedevamo, né lo considerammo mai. Così io andavo descrivendo e Nicola scuoteva la testa, col suo brontolare scorbutico, come se qualcosa non gli tornasse. Oltre c’erano il presbiterio e la prima abside. Da una parte stavano le bombole con l’acetilene per i saldatori con la fiamma ossidrica, apprendisti destinati ad operare nelle piattaforme petrolifere, o addirittura andare fino in fondo al mare a sezionare la prua di una nave affondata e magari dar lavoro di cronaca alle linotype della sezione tipografi che stavano sull’altro lato. Più avanti ancora c’era la seconda abside, un’aggiunta architettonica, elevata nell’Ottocento. Questa enorme pancia conteneva il reparto fonderia, quello delle tecniche classiche della rivoluzione industriale. C’era il cubilotto, un altoforno alimentato a carbone in cui veniva fuso il rottame di ferro e tutto attorno c’erano le fosse per la formatura e la colata del metallo negli stampi. Quindi le fucine dove il maestro detto Vulcano, ben prima che alla sua categoria fosse riconosciuto lo stato professorale, con pinza martello ed incudine poteva batterti un chiodo della foggia con cui avevano trafitto Gesù Cristo, allo stesso modo che modellarti un gioiello sofisticato come un orecchino di donna.
Ammonticchiata in fondo, sotto la curvatura della volta e colma fino in cima c’era la carbonaia col combustibile. Noi ci si arrampicavamo e ci stavamo seduti a vociare come una colonia di macachi per scansare le lezioni. Memorabile l’animazione tra di noi il giorno che prendemmo un centravanti danese che aveva vent’anni… Successivamente allo sgombro della ex chiesa l’abside negli anni era crollata e adesso eravamo a cielo aperto, esposti allo slargo dall’altra parte del quartiere, opposti all’entrata su Castiglione. Gli operai stavano lavorando con le attrezzature di cantiere e cominciarono a infastidirsi della nostra presenza. Siccome però mezza parete era rimasta in piedi, io andai rovistando in certe nicchie che conoscevo e ritrovai le schede di laboratorio degli ultimi compagni che mi avevano preceduto con ancora conservata la registrazione degli esercizi. E mentre le sfogliavo sovrappensiero Nicola buttò lì in un brontolio: «Sì, lo so…». E non concludendo so che intendeva: «Non volevi esserci, ma c’eri…». Intanto gli addetti al cantiere cominciarono a spingerci via con una certa sollecitudine. I manovali col badile, il mastro col doppio metro in mano e il geometra coi fascicoli del progetto nella cartella brandita come un’arma. «Diamo fastidio», mi sollecitava Nicola, col tono basso della sua discrezione. Così pian piano cominciammo a intraprendere il percorso di ritorno.
Come un chierico che coadiuvasse il sacerdote nel salmodiare le stazioni di una via crucis, Nicola rispondeva a me con le sue lamentazioni e così senza accorgerci elevammo una specie di compianto. Nicola mi disse che lui e i suoi compagni avevano scoperto Santa Lucia, attigua al loro istituto, quando era stata adibita a deposito dei carri di carnevale. La piccola porta, a destra del portale trinitario, attigua al fabbricato del convento, era rimasta mezzo aperta e così i ragazzi si erano infilati in quella meraviglia di spazi incustoditi. Dapprima scoprirono l’accesso ai sotterranei ove avevano corso a perdifiato con le torce elettriche per androni immensi sottostanti l’intero quarto della città antica. Lì avevano conosciuto Vincenzo Ritacca, padrone delle fogne e dei canali. Fu Ritacca a fargli conoscere l’avanzo del fossato che corre lungo via del Cestello fino al precipizio verso l’Aposa e, sotto strada Cartolerie Vecchie e via Rialto, le fondamenta delle Mura del Mille.
Sarebbero stati gli stessi giorni che al suo amico Fresconi era caduta una bottiglietta di Coca-Cola sul corridoio dell’aula di pittura, divagò a un certo punto Nicola. I selciatori erano venuti a riparare il danno e così si era scoperto che i pavimenti del convento nascondevano il cimitero dei frati che ivi erano stati sepolti per tre secoli avanti. La sezione di pittura era rimasta chiusa per settimane, fu così che i ragazzi dell’Istituto d’Arte ebbero tempo di perlustrare Santa Lucia. Nicola si fermò davanti all’altare di San Luigi Gonzaga, un complesso scultoreo che chiamò la cappella Torreggiani. «Questa almeno è rimasta intatta», commentò al principio di una sua protesta d’amore. Poi comprese con lo scorrere delle dita tutta la composizione e commentò: «Dice che ai bolognesi gli piace la scenografia». Chi lui lo dicesse non lo so.
Il fatto è, mi raccontava, che proprio allora erano cominciati i restauri.
Per prima cosa tutti i fregi originali alle pareti erano stati scalpellati coi martelli pneumatici. Nessuno che si fosse peritato di fare almeno dei calchi affinché ne restasse documento, mentre i rottami furono ammassati e caricati sui camion con le ruspe e portati in discarica.
Poi fu la volta delle lampade di Galileo, buttate ad intasare tre intere luci dei portici di Castiglione. Così gli stradini erano passati con uno schiacciasassi che avanzando tra frantumazione di cristalli e cigolio di lamiera di rame le avevano ridotte a informe volume prima di caricarli con ignominia.
Quindi poi con le mazze avevano demolito l’altare maggiore. Diceva Nicola che non avrebbe giurato sulla rilevanza artistica da attribuire all’altare, però il marmo policromo era del meglio che si potesse trovare, lui lo sapeva. Mi disse che un frammento lo aveva recuperato in tempo e lo teneva in studio a mo’ di sedile Andrea Franchi, il suo maestro, il figlio di Romano Franchi, quello delle sculture in Certosa.
Il personale di cantiere, intanto, continuava a spingerci via. «Vieni – disse Nicola come a prendermi per mano –, ti faccio vedere una cosa». Mi condusse alla base di una delle colonne centrali della navata. «La porta è aperta – indicò –, forse quando c’eri te l’avevano murata». All’interno partiva una scala a chiocciola in muratura. Uno dietro l’altro salimmo e arrivati in cima, sbucando sopra il tetto a spiovente sugli archi rampanti di sinistra, che davano verso il centro, io restai senza fiato. La parte più antica della città emerse al mio livello immediato come neanche avrebbe potuto un sommovimento tellurico naturale. Avevo l’Asinelli e la Garisenda in faccia. Le cupole, le guglie, gli abbaini di secoli di costruzioni giustapposte e sormontate, incastro di tetti patrizi e di ringhiere popolari proliferarono in una vista fantasmagorica. Mai che il tempo mi si fosse così improvvisamente imposto a quel modo per presentarmi il resoconto delle magnifiche e tribolate concretizzazioni umane. Restammo come inebetiti non so per quanto tempo, frastornati dal gridare dei rondoni, sospesi tra il cielo azzurro e il rosso infuocato delle pietre arcaiche. Una volta discesi, i muratori ci aspettavano, di nuovo muniti dei propri strumenti per mandarci via. I manovali con le pale, il mastro col metro, il geometra col fascicolo dei progetti branditi come un’arma.
«Andiamo via, diamo fastidio», mi sollecitava Nicola con la sua voce timida e grave.
«Andate a farvi fottere – abbaiai ad un certo punto alle maestranze –, io sono qui da più tempo di quanto non sappiate né ci siate voi».
Mi aveva preso la tristezza di una perdita irrimediabile, come non vedessi più gioia possibile davanti a me.
Ci avviammo, io e Nicola, verso il portale di entrata, che tanto era inutile e i nostri passi risuonarono per un pezzo nel vuoto silenzio, falciato dai bracci di luce che scendevano dai vetri-cattedrale sul finestrone della facciata. Stipulai che qualsivoglia architettura fosse mai sortita da quel tramestare dietro di noi. sarebbe stata nient’altro che la risultanza di un cumulo di rovine.
Allora andai a sedermi sugli scalini del sagrato sotto il debordante sole e cominciai a piangere dentro me stesso. Nicola mi era in piedi di fianco e mi teneva sulla spalla la sua mano, ruvida, da scultore in erba, come a trattenermi sulla soglia di indefiniti presagi.
Non sapevo se rifugiarmi con lui alla Libreria Palmaverde, dove mi avrebbe accolto la piétas di Roberto Roversi, il poeta. Oppure entrare nel bar tabacchi sotto il voltone, dove con quieta bonomia mi avrebbe salutato ancora una volta Gino Cappello, perduta gloria del Bologna.
Bombo
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