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La guerra di Basket City

La guerra di Basket City

Ph. eurosport.it

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Allorché Renato del Bombocrep decise di cercare spazio in via San Felice e allestire il locale che si sarebbe chiamato BomboDue, e che oggi si chiama Bombocrep dei Fondatori, si trovò nel bel mezzo della tempesta di Basket City, ovvero dell’ostilità, sorda e guardinga, tra due tifoserie.
A due passi, il Palazzo dello Sport era una specie di castello alternativamente occupato dalle squadre nelle rispettive gare, mentre il ‘Bombo’ si prospettò come una naturale ‘terra di nessuno’, praticata dalle truppe contendenti in tempo di non belligeranza.
Terra di nessuno fino ad un certo punto: al civico 103 di via San Felice c’era la foresteria della Fortitudo, e il college in cui la società ospitava i giovani talenti del vivaio. Questi ragazzi misuravano dal metro e 90 fino ai 2,10 e passa, ma avevano dai 13 ai 17 anni. Perennemente affamati dai nutrizionisti della medicina sportiva, ribelli alla governante (la Lidia, che è ancora nel cuore di tutti), e inseguiti dal tutor Pillastrini che li braccava a cavallo di una bici Graziella, i Locatelli e i Dalla Mora scoprirono il ‘Bombo’ quale sfera del bengodi, la terra promessa ove colavano crema pasticcera e mascarpone, si spalmava a larghi gesti la Nutella, e come nettare zampillava un’esilarante bevanda che si chiamava the alla pesca. E che, per sovrappiù, era frequentato da frotte di ‘fighette’.
Fu in tal modo che il ‘Bombo’ venne investito del titolo (o epiteto, a seconda dei punti di vista) di ‘locale Fortitudo’. Non che fosse evitato dalla opposta tifoseria, al contrario: ogni esercito anela infatti calcare gli scarponi sul suolo avversario, godendone in contempo le risorse. E Dio sa in quante e quali circostanze quegli scarponi risuonarono.
Bisogna premettere che, all’epoca, Renato del ‘Bombo’ non conosceva il basket, né tantomeno gli umori di Basket City. Ed è a causa dell’unitaria fede calcistica nel Bologna FC, in cui era cresciuto, che Renato, di fronte ad un assembramento ‘misto’ di baskettari, una volta se ne uscì con una proposta che, se non fosse stata ingenua, sarebbe da considerare blasfema.
Questo neofita dell’ambiente, infatti, azzardò: « Ma perché non mettiamo assieme le risorse delle due società rivali e facciamo una squadra unica, che chiameremo per esempio Basket City, e che sarà senza dubbio la più forte d’Italia?». Per colmo di ignoranza storica, Renato suggerì anche un nuovo logo ecumenico, costituito da un’aquila che, invece di reggere lo scudo della F, avrebbe retto la V della Virtus, e con quello se ne sarebbe andato in giro per il campionato a bombardare le formazioni avversarie.
Dal gelo subitaneo caduto tra gli astanti, e la successiva indignazione che pervase l’assemblea, l’inventore entusiasta capì che, in tempi di eresia, una simile proposta gli sarebbe costata la pelle. Come infatti aveva rischiato il grande filosofo Spinoza, eretico per i cristiani e anche per gli israeliti. O come capitò al povero Michele Serveto che, eretico per i cattolici, fu poi bruciato vivo dai calvinisti. Così cadde quell’insana idea. «Né più mai», come attaccava un poeta, Renato si azzardò a «toccare le sacre sponde» della tifoseria del Palasport. Nel frattempo la storia si svolse, e fu storia tormentata, dentro e fuori i campi di basket.
E io, che sono quel Renato, di fede Fortitudo, devo però dire che sono rimasto quello del tifo calcistico bolognese che, quando l’Inter degli anni Sessanta vinceva le Coppe dei Campioni, un po’ tristemente ma con lealtà tifava quei ‘boia’ che, nella vicenda del doping, avevano truccato le provette di pipì dei nostri giocatori.
E anche quest’anno che il destino ha portato a Bologna un insperato scudetto per i cugini, ebbene, devo ammetterlo, sono stato contento.

Bombo

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