Zerocinquantuno

La saga di Żvanéṅ Ciavadåor – Il vendicatore (3^ parte: Guerra di posizione)

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«Caspita che drastica – pensò lui –, comunque non mi ha cacciato di casa… vediamo se chiude o no la porta del bagno». Intanto gli frullò in testa l’azzardo di una domanda: «Se vuoi tu invece, gradirei ammirarti», lasciò cadere con voce paziente.

«Fai come credi – rispose lei –, a me non fai né caldo né freddo… mi piacciono solo quelli coi fianchi da ballerino».

Lucrezia entrò nel bagno e aprì l’acqua calda.

«Grazie – disse lui sulla porta – sarà una grande emozione».

«Oh… – rispose lei sempre beffarda – anche i bestioni provano emozioni».

«Per forza – disse lui –, fa anche rima».

Lei non lo ritenne degno di risposta, lui si sedette su uno sgabello a un metro di distanza dalla vasca. Lei lo guardò con una occhiata che poteva significare: «Voglio vedere come se la cava adesso lo spiritoso».
Raccontò Giovanni che era convinto di poter assistere con distacco al denudamento della ragazza, non era più un giovincello. Invece dovette ricredersi. Lucrezia, con la mossa di due piccoli calci, aveva buttato nell’angolo gli zoccoletti da casa. Si era spogliata poi in tutta naturalezza, le cosce erano quelle che avevano fatto impazzire Lombardi. Anche la maglietta a righe di traverso si era sfilata d’un colpo attenta solo alla cotonatura dei capelli, provocando il tremolare dei seni che si fermarono leggermente molleggiati ad ogni movimento, come animati di vita propria, irti nei capezzoli impertinenti come la loro padrona. Ma fu ad un semplice piegamento di Lucrezia che Giovannino si sentì come sbattere in faccia il solco profondo tra le natiche, ampio dalla vu del fondoschiena fino ad aprirsi all’increspatura del sesso. Era uno di quei corpi prepotenti, più belli da nudi che da vestiti. Raccontò Giovanni che dovette deglutire.

«Madonna mia! È proprio buona», pensò.

Lei entrò nella vasca. Tutti e due tennero un atteggiamento di assoluta normalità. La prima mossa comunicativa di Lucrezia fu di alzare le gambe una dopo l’altra fuori dall’acqua appoggiando il piede sul bordo e di massaggiarsele con movimenti a dire il vero sensuali. Giovanni pensò che normalmente quello sarebbe stato il momento di agire. Eppure non accennò a spogliarsi egli stesso, sbottonandosi per esempio la camicia. Neanche lontanamente mostrò il gesto inelegante di volersi togliere i pantaloni. E men che meno si produsse nell’atto atroce di aprirsi la fessa, sapeva benissimo che lei non aspettava che una mossa per sbeffeggiarlo di rimando. Scivolò dallo sgabello, si inginocchiò vicino alla vasca e si provò a coadiuvarla nelle carezze prendendole un piede.

«Ti piacciono i miei piedi?», chiese lei.

«Molto – rispose lui con voce suadente, – il mio allenatore di lotta greco-romana diceva che i massaggi devono cominciare dai piedi, e tu hai piedi piccoli e lisci come quelli delle geishe giapponesi».

«Però mi sa che anche alle geishe piacciano i magroni, come a me».

«Anche il tuo ragazzo dunque è un magrone?».

«Questi, se mi permetti, sono affaracci miei!».

Si vedeva dallo sguardo cattivo che lei era attenta ad un eventuale attacco da parte di lui ed era pronta a rintuzzare qualunque iniziativa di Giovannino con le unghie e con gli oggetti di arredamento che sembrava percorrere con gli occhi. Come per invitarlo ad una mossa falsa, si era seduta sul bordo della vasca. Ma Giovanni resistette. Non le accarezzò il seno, né le mise la mano nell’inguine. La prese per i fianchi con calma intenzione come fosse un fuscello e l’adagiò dolcemente su un grande tappeto antiscivolo delle piastrelle del bagno.

«Come sei forte! – sfotté lei –. Ma continui a non piacermi».

Lucrezia dovette magari pensare che quella esibizione di flemmatica potenza significasse il preludio dell’attacco. Infatti si era adagiata con la gamba sinistra allungata e con la destra rannicchiata come pronta, si vedeva dalla direzione dello sguardo, a sferrare un calcione, qualora lui si fosse sbottonato. Mamma però! Com’era appetitosa, nella sua forte giovinezza quasi ancora adolescente. In quella posizione spiccava il solco rossastro tra il cuscinetto compatto dei peli bagnati. Un monte di venere perentorio, come un terzo gluteo frontale.
È vero che alla congiunzione delle cosce, labbra carnose lo invitavano, a dispetto della loro bizzarra padrona; ma sotto il peso della missione che aveva accettato, quella di castigare la cattiva azione fatta a Lombardi, nell’incertezza sul da farsi e sentendo che stava per essere preso dal fascino della ‘bella e perfida’, vieppiù resistette alla tentazione di attaccare lancia in resta. Rinunciò pertanto alla soluzione del ‘salto a gatto’, giacché l’antico maestro Gustån aveva modulato su ogni circostanza il suo insegnamento: se del caso, mai dimostrare impazienza, mai forzare la mano, mai esprimere insofferenza. Ricordò che nelle palestre di greco-romana della Bassa gli avevano insegnato che ogni ‘presa’ dell’avversario doveva essere rintuzzata da una ‘contro-presa’. Ricordò anche un proverbio che diceva: «A malandrino, malandrino e mezzo».
Giovannino si insinuò allora col capo tra le gambe di Lucrezia, abbracciò le cosce e appoggiò le labbra dolcemente… Lucrezia ebbe un sussulto d’incredulità.

Prossima puntata: Il vendicatore (4^ parte: La vendetta).

Bombo

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