Geovani Faria da Silva, uno dei tanti talenti sudamericani che in Europa hanno faticato a mettersi in mostra.
Da appassionato di calcio brasiliano (tanto che da adolescente ho pure scritto qualche articolo in merito sul Guerin Sportivo), non accetto tante cose lette e sentite su di lui. In particolare che era lento e non adatto al calcio italiano.
Le realtà è che spesso sono i nostri allenatori a non essere adatti a questo tipo di giocatori. E qui mi fermo.
A 22 anni Geovani era già nel giro della Nazionale brasiliana, scusate se è poco. Giocava titolare nel centrocampo del Vasco da Gama, con compiti di regia ma anche una spiccata propensione ad inserirsi sulla trequarti, zona da cui sfoderava conclusioni da urlo.
Piaceva molto a due autentici fenomeni del Vasco, gli idoli della tifoseria cruzmaltina Roberto Dinamite e Romario. Curiosità: qualche anno più tardi suo figlio Andrey ha militato nelle giovanili del club insieme ai figli dei suddetti campioni, Rodrigo Dinamite e Romarinho.
Basta questo per sottolineare di che giocatore si era impossessato il presidente Gino Corioni nell’estate del 1989. Un giocatore che forse con un altro allenatore (non me ne voglia il buon Maifredi) e in un altro contesto tattico, avendo a fianco gente come i vari Giordano, Cabrini, Bonetti e Villa, poteva garantire alla squadra quel qualcosa in più per farla salire molto in alto.
In questi tristi giorni successivi alla sua prematura scomparsa (appena 62 anni) a causa di una polineuropatia, lo ricordo come un grande interprete di questo sport. Anche se qui non è stato compreso e gli abbiamo tarpato le ali. Quelle stesse ali che lunedì ha spiegato, troppo presto, per volare in Cielo.
Roberto Porrelli
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