Bologna-Lecce: è sfida a Pantaleo Corvino l'uomo dei radar che battezzò la gestione Saputo

Bologna-Lecce: è sfida a Pantaleo Corvino, l’uomo dei radar che battezzò la gestione Saputo

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Quando si presentò a Bologna nel dicembre 2014 fu l’unico a evocare il sogno scudetto: «Ho vinto tutte le categorie, tranne la Serie A», disse Pantaleo Corvino, quasi volendo convincersi di un’utopia rimasta ovviamente tale. Corvino, effettivamente, quel sogno non l’ha mai realizzato e probabilmente non ci riuscirà. Eppure, se arrivò a Casteldebole come direttore sportivo fu proprio per le ambizioni di Joey Saputo, che in quell’autunno travagliato dettò l’aut aut: «O Pantaleo o niente», avvisò il magnate nelle burrascose settimane in cui si consumava la resa dei conti con Joe Tacopina, che in questi anni è transitato per Venezia e Ferrara dopo aver trattato a lungo anche l’acquisto del Catania.
Corvino fu voluto a tutti costi nonostante lo spogliatoio rossoblù fosse legato a doppio filo a Filippo Fusco, il traghettatore di un Bologna dai piedi d’argilla, che in ogni caso riuscì a tenersi a galla in un campionato pieno di incertezze. Pantaleo fu anche il primo dirigente scelto da Saputo a fare le valigie, dopo appena un anno e mezzo di convivenza e oltre 40 milioni investiti sul mercato. Un addio mai del tutto chiarito, se non attraverso la versione dell’incompatibilità di metodi di lavoro, un tema che torna d’attualità con la sfida che attende domani il Bologna al Dall’Ara: l’avversario è un Lecce nuovamente feudo di un uomo di calcio con una vita da romanzo, partito dal profondo Salento e arrivato alle fasi finali della Champions League.
Laggiù, nella sua Vernole, 8.000 anime a 15 chilometri dall’Adriatico e poco di più dallo Ionio, Corvino è considerato un secondo santo patrono. Negli anni Settanta, mentre continuava la sua carriera nell’Aeronautica (arrivando al grado di sottufficiale nella torre di controllo di Otranto) iniziò in parallelo la sua attività di talent scout. Radar e pallone, sempre insieme, fino al 1989, quando alla sua porta bussò il Casarano, il primo club professionistico a proporgli un vero contratto. A quel punto si pose la necessità di scegliere: o l’Aeronautica o il calcio. All’epoca Pantaleo aveva 39 anni, una moglie, tre figli (compreso Romualdo, noto procuratore sportivo) e una pensione (potenziale) da appena un milione di lire. Non ci pensò due volte: addio alla carriera militare e via per le strade brulle del Salento con l’immagine di Santa Rita sul cruscotto, a macinare chilometri per cercare nuovi talenti.
L’uomo si è sempre fatto da solo, e lo rivendica ancora con orgoglio. Miccoli e Francioso furono i primi nomi usciti dal suo taccuino. A questi si aggiunsero, in giallorosso, Vucinic, Bojinov, Chevanton, Ledesma, Pellé, profeti di un Lecce che era un tutt’uno con la famiglia Semeraro. Anche Giuseppe Gazzoni Frascara fu punto dall’idea di portare Corvino a Bologna, poi decise di virare su Lele Oriali. Pantaleo non ha fatto in tempo a mettere radici a Bologna, ma è stato pur sempre la prima pietra della gestione Saputo, che quanto a direttori sportivi non ha mai voluto andare al risparmio.

Fabio Cassanelli

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Foto: Getty Images (via OneFootball)