09/05/2026
Renato Trestini
Storie di Bombo

La Betta dei Marulli

Tempo di Lettura: 3 minuti

Un raccontino per alleggerire quello della settimana scorsa. Un raccontino agreste, ma con un finale a suo modo filosofico.

Ho rivisto con tenerezza in questi giorni una persona singolare tra quelle che popolarono la mia adolescenza. Si tratta di una ragazza che noi al tempo chiamavamo la Betta dei Marulli.

Un agricoltore che si chiamava Pellacani e coltivava un podere in confine con quello di mio padre, aveva cresciuto una figlia che si chiamava Betta. La Betta era un po’ più grande di me ed era piuttosto bella, di una bellezza ibrida, angelica per tratti di viso e forte di linee seducenti. Sembra che non fosse riuscita tanto bene a scuola e non fosse tanto presente nelle faccende domestiche. Non che la cosa risultasse importante presso alcuno, ma singolarmente la sentivo nominare con espressioni contrastanti, come marmòta in certe occasioni e vulpéna in certe altre. A me, che ero un tantino più piccolo, la Betta inquietava un poco, per il modo fuggente del suo sguardo, che però ti fulminava a tratti di una complice furbizia e di una tal quale ambigua protervia. Ricordo anche come la Betta usufruisse di una attenzione particolare da parte di tutta la sua famiglia, una specie di protezione che comportava alla larga la vicinanza di un parente o la vista di qualche zia.

Un bel giorno successe un fatto che ogni tanto veniva commentato tra noi ragazzi, ma così, di passaggio, tanto per scherzare. Da un campo di frumentone, cioè da una piantagione di mais con fusti già rigogliosi e cresciuti, cominciò ad elevarsi un lamento che pian piano, con tratti strozzati e reiterati, si trasformò via via in urla incontenute. Il babbo della Betta, lo zio e i suoi due fratelli che erano intenti sull’aia a ventilare la pula dei fagioli che seccavano al sole, si guardarono l’un l’altro all’unisono ed esclamarono:

«J fän dal mèl a la ragazôla!». «Qualcuno fa del male alla bambina!».

E subito partirono di corsa coi forconi che avevano in mano, attraversarono due fossi, saltarono una siepe e penetrarono a ventaglio in un campo di mais, travolgendo e spezzando i fusti senza misericordia. Di lì a poco ne risbucarono fuori, col padre che trascinava per un braccio la Betta recalcitrante e indispettita e tutta coperta dei ciuffi delle pannocchie.

Nient’altro che io sappia conseguì.

Ma tempo dopo, che io intanto ero un poco cresciuto, non potei fare a meno, in una occasione, di far osservare al maggiore dei miei fratelli come la Betta dei Pellacani avesse dismesso ultimamente i suoi scoppi di allegria e mostrasse inoltre le occhiaie sempre più rosse e più gonfie, mentre una volta aveva la pelle così luminosa. Mio fratello era un saggio che sapeva spiegare tutto e mi disse che la Betta soffriva «dal piò bròtt mèl che a j pòsa capitèr a una dòna». Cioè «della più brutta malattia di cui si possa ammalare una donna».

E a questa malattia diede un nome che veniva dal profondo della lingua delle mie parti e suonava nella spiccia definizione di «Mèl ‘d pitòca», non mi si chieda come si traduce. Rievocò quindi l’episodio di qualche tempo prima, cui avevo fatto cenno all’inizio e disse che ‘Gìdio Stanzani, uno magro e tutto nervi che aveva giocato per tanti anni nella squadra del mio paese ed era stato il più veloce centravanti della sua categoria, si fosse salvato per caso scappando quella volta dal campo di frumentone, né più mai avrebbe voluto ripetere l’esperienza.

Ecco, per me quell’evento andava al di là di una favola bucolica e fin da allora segnò la differenza di vedute tra me e mio fratello maggiore. Per lui una qualsiasi manifestazione dell’ordine naturale delle cose si affermava né più e né meno che per quello che era, mentre a me non cessava di presentare il suo insondabile mistero.

Bombo

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