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Krejci: “Mihajlovic e Bigon volevano che restassi ma non mi andava più di fare panchina. Bologna e la sua cucina mi mancheranno”

Nei giorni scorsi Ladislav Krejci, fresco di ritorno in patria tra le fila dello Sparta Praga, ha rilasciato una lunga intervista alla testata online ceca sport.cz, ripercorrendo la sua esperienza in maglia rossoblù e spiegando le ragioni che l’hanno portato a lasciare il Bologna dopo quattro campionati di Serie A. Ecco le sue principali dichiarazioni:

Separazione soft – «Ho parlato sia con l’allenatore Mihajlovic che col direttore Bigon, entrambi mi hanno detto che sarebbero stati contenti della mia permanenza, ma che non ci sarebbe stato posto per me tra i titolari. In sostanza avrei dovuto affrontare un altro campionato da riserva nel ruolo di terzino sinistro, cercando di ritagliarmi un po’ di spazio. Non era ciò che volevo: ho appena compiuto 28 anni, e quello tra i 28 e i 32 è il periodo migliore nella carriera di un calciatore. Ringrazio il Bologna per aver lasciato a me la decisione finale, senza ostacolare il mio ritorno allo Sparta».

Da ala pura a jolly di fascia – «Allo Sparta giocavo principalmente a sinistra nel tridente offensivo, e anche a Bologna ho iniziato in quella posizione, poi una volta finito in panchina mi sono reinventato come laterale basso o a tutta fascia. Ma al di là del ruolo, ciò che più conta è il modo in cui ti alleni e i compiti tattici che l’allenatore ti assegna: adesso, per me, la duttilità che ho acquisito in Italia rappresenta un vantaggio».

Alti e bassi – «La prima stagione è stata un successo, perché ho giocato quasi sempre e fornito ottime prestazioni. La seconda, al contrario, è stata la peggiore: non giocavo mai e non c’ero abituato. Il terzo anno non è andato così male, anche se non ho aumentato di molto il mio minutaggio. L’ultimo campionato, invece, stava andando bene, ma l’infortunio patito a dicembre ha complicato tutto. Nel complesso, in quattro anni di Serie A, ho messo a referto 83 presenze, 12 assist e 2 gol: non è un brutto bottino…».

Voglia di giocare – «Non mi pento per non essermene andato prima, perché volevo dimostrare a me stesso che a quei livelli ci potevo stare. Alla lunga, però, mi sono stancato di rimanere a guardare: quando non giochi non importa se sei seduto su una panchina di Serie A o di Premier League, non giochi e basta, e il calcio smette di piacerti».

Esperienza di campo e di vita – «A Bologna ho appreso l’italiano e migliorato il mio inglese, e soprattutto ho imparato a gestirmi meglio, perché fin lì non mi ero mai mosso da Praga, dove potevo sempre contare sull’aiuto di qualcuno. Io e mia moglie Krystina abbiamo dovuto arrangiarci da soli, poi è nata nostra figlia Nelinka e questo ci ha dato ancora più forza. A livello calcistico posso dire di aver preso una laurea all’università della tattica (sorride, ndr), perché in Italia si usano svariati sistemi e stili di gioco che vengono elaborati alla perfezione. Sono nozioni che i ragazzi italiani acquisiscono fin da piccoli, e io mi sono dovuto adattare».

Faccia a faccia coi campioni – «La prima volta che mi sono trovato di fronte Cristiano Ronaldo è stata una grande esperienza, ma sono rimasto molto colpito anche da Paulo Dybala, davvero un giocatore fantastico».

Tanti gustosi ricordi – «Mi mancherà la città di Bologna e il sole dell’Italia, lì a marzo inizia già a fare caldo. E poi il caffè e soprattutto la buona cucina: posso averla anche qui, devo solo trovare il miglior ristorante italiano di tutta Praga (sorride, ndr)».

Foto: sparta.cz