Saputo:

Saputo: “Ora siamo una società rispettata da tutti, sul campo puntiamo all’Europa. Il Bologna non è più solo business, tocca i miei sentimenti”

Quest’oggi Joey Saputo è stato ospite di Bfc Academy Webinar, il ciclo di videoconferenze organizzate dal Bologna FC 1909 in cui i protagonisti del mondo dello sport (ma non solo) si raccontano e si confrontano con i ragazzi del settore giovanile rossoblù, sotto la moderazione del responsabile Daniele Corazza. Tante e variegate le domande ricevute dal presidente, che ha risposto così:

Settore giovanile, un fiore all’occhiello – «Il nostro settore giovanile è cresciuto tantissimo negli ultimi anni e la Primavera viene da una stagione record: io e la società siamo molto fieri e contenti di quanto è stato fatto dai giocatori e dai vari staff tecnici. Ci vuole tempo per sviluppare questo specifico settore, ma abbiamo cominciato bene il lavoro e sono certo che avremo tante soddisfazioni. Il futuro della squadra siete voi (si rivolge ai bambini e ai ragazzi in collegamento, ndr), noi vi forniremo tutto il supporto e l’appoggio necessario per avere successo».

Dall’hockey al calcio – «Qui in Canada lo sport nazionale è l’hockey su ghiaccio, il calcio ha preso piede solo di recente. Da giovane giocavo a hockey, e ci gioco ancora adesso tre volte alla settimana, mentre col calcio non ho mai provato e infatti sono terribile, quando tiro un pallone faccio ridere i miei figli (ride, ndr). Essendo italo-canadese, però, il calcio mi è sempre piaciuto, anche se noi ragazzi non avevamo la possibilità di seguirlo dappertutto come accade oggi, da noi si vedeva poco. Nel 1993, poi, mi sono avvicinato alla squadra di Montreal, e da lì la passione è aumentata sempre di più».

Il ricordo più dolce – «Ho preso il club in Serie B, durante un periodo difficile per tutti, basti pensare che non avevamo quasi nessun giocatore di proprietà. Per me, quindi, il momento più bello da quando sono a Bologna rimane la vittoria dei playoff, la serata della promozione in A grazie al pareggio nella finale di ritorno: è stata la prima soddisfazione e anche la più grande. Da quel giorno, ogni passo in avanti che facciamo è molto importante e mi rende orgoglioso».

Bologna è unica – «Ho acquistato il Bologna quasi by chance (per una casualità, ndr), nel senso che non sapevo tantissimo della società e del posto, anche se Marco (Di Vaio, ndr) mi aveva sempre parlato di una città bella e internazionale, dove ci sono tante cose e si vive bene. Oggi posso dire che mi trovo benissimo e che il rispetto della gente mi dà grande soddisfazione. Credo che in altre piazze non sia possibile fare il lavoro che stiamo facendo qui, perché i tifosi del Bologna ti danno l’opportunità, il tempo e lo spazio di operare e crescere al meglio».

Il sogno di mercato e il rossoblù preferito – «Non posso dire pubblicamente quale giocatore vorrei portare qui, altrimenti mi costerà più caro al momento della trattativa (ride, ndr). Ed è difficile anche indicare un preferito tra quelli attuali, sarebbe come dire a quale figlio voglio più bene, mentre tutti i figli sono uguali. La cosa che mi rende più felice è che i nostri ragazzi stiano bene insieme, che ci sia uno spirito di squadra molto forte e che si trovino bene a Bologna e nel Bologna».

Mentalità alla Saputo – «C’è una frase che ripeto spesso: “Non mi piace perdere più di quanto mi piaccia vincere”. La partita non è finita finché non è finita, e il Bologna di Mihajlovic incarna alla perfezione questo spirito, perché dà tutto fino all’ultimo secondo. Anche nel mio settore, quello industriale, ragiono così: per essere dei vincenti non bisogna mollare mai. Spesso, infatti, è più difficile giocare contro una squadra che dà tutto piuttosto che contro una che si basa solo sul talento».

Soccer e football, due mondi diversi – «Il modo di tifare, sia nel calcio che in altri sport come hockey, basket e baseball, è completamente diverso da quello europeo, addirittura qui le due tifoserie vanno allo stadio mescolate. E poi in Europa si va a vedere la partita e solo la partita, mentre in America al primo posto ci sono hospitality e marketing. Da un lato il tifoso vive un’esperienza, dall’altra è parte integrante di quell’esperienza, entra quasi in campo insieme alla sua squadra. Ecco, la cultura nordamericana può migliorare il calcio europeo sul piano dello spettacolo all’interno degli impianti, che in MLS sono pieni di famiglie, mentre dall’Europa bisogna importare un po’ di quella pressione, di quello stress positivo proveniente dai tifosi e dalla stampa che ti spinge a essere più competitivo: qui, come sapete, non si retrocede, l’unica ‘paura’ dei club è di non partecipare ai playoff».

Serve un cuore forte – «Seguendo solo una squadra in MLS soffrivo 34 volte l’anno, adesso la sofferenza è doppia. Prima in inverno, col campionato fermo, mi riposavo, ora invece c’è anche il Bologna e quindi non ho più neanche un fine settimana di relax. Anzi, quando giocano lo stesso giorno mi stresso due volte (ride, ndr)».

Crescita del calcio femminile – «La squadra degli Stati Uniti è tra le più forti al mondo e sta facendo crescere tutto il movimento del calcio femminile americano. In Canada, nonostante i buoni risultati della Nazionale, siamo un po’ più indietro, perché guardando le cose soprattutto sul piano del business si teme che una lega professionistica canadese non avrebbe lo stesso appeal. Servirà tempo ma arriveremo anche noi, e lo stesso farà l’Italia, visto che la Federazione ha obbligato i club a sviluppare il settore femminile. Come Bologna ci teniamo molto e negli ultimi anni ci siamo mossi in tal senso».

Dalla salvezza all’Europa – «Quando si lavora bisogna fare sempre meglio oggi rispetto a ieri, ed è quello che sta accadendo nel Bologna: un passo per volta abbiamo migliorato la Prima Squadra e il settore giovanile, il centro tecnico, visto che voi ragazzi trascorrete quasi più tempo lì che a casa, e lo stadio, del quale continuiamo ad occuparci per rifarlo. Una volta arrivati in A, dissi che il primo obiettivo era rimanerci: ora di quell’obiettivo non voglio neanche più sentirne parlare, è superato, adesso parliamo di stare nella top 10 del campionato e di arrivare gradualmente nella top 6. Non ci accontentiamo più di essere una piccola squadra, vogliamo arrivare a giocare in Europa».

Questione (anche) di cuore – «Le partite rappresentano un notevole stress, ma quando vedo che la squadra e la società vanno bene è una grande soddisfazione. È un orgoglio vedere quello che abbiamo fatto e sapere cosa abbiamo in programma di fare per crescere ancora, in Italia come in Canada. Per me non si tratta di un passatempo, ma qualcosa che vivo a pieno, e ci tengo che i miei club siano rispettati. Nel caso del Bologna, ora so che quando il direttore Fenucci va in Lega abbiamo un determinato peso, non siamo più una piccola società ma contribuiamo a prendere decisioni importanti per lo sviluppo sia nostro che di tutto il movimento. Ecco, aver portato il Bologna a questo livello è già una bellissima emozione, al di là delle vittorie e delle sconfitte sul campo, ma vogliamo migliorare ancora: dentro di me sento che non è più solo questione di business, è qualcosa che tocca i miei sentimenti».

Una società di spessore – «Adesso il primo obiettivo, come detto, è riportare il Bologna in Europa, e credo che ci siamo vicini. Bisogna essere realisti: è facile dire “voglio vincere lo scudetto” ma nei fatti è dura, guardando chi ci sta davanti, però l’Europa League possiamo arrivare assolutamente a giocarla. Al di fuori del campo, invece, ribadisco che per me è fondamentale essere rispettati e ben visti come società sul panorama calcistico sia italiano che europeo, sedersi al tavolo a fianco di Juventus, Milan e Inter ed essere considerati un club serio e solido, con una Prima Squadra fatta di buoni giocatori e un settore giovanile dal grande potenziale».

Quel sogno divenuto realtà – «Da piccolo non sognavo tanto di diventare uno sportivo famoso ma pensavo già agli affari. Come sapete, io e la mia famiglia abbiamo una grande azienda, quindi il mio sogno era di lavorarci e portarla ad un altro livello. Discorso un po’ diverso per i miei figli, Jesse in particolare (che poco prima era comparso con addosso la maglia del Bologna, ndr), lui ha 13 anni e vorrebbe diventare un calciatore professionista».

Il torneo ‘International Under 14’ di Montreal – «Il Bologna è sempre andato in finale, l’ultimo anno con gli Impact, quindi per me era vittoria certa (ride, ndr). È stata una bellissima esperienza, per noi è molto importante mettere a confronto la nostra Under 14 non solo con le altre academy della MLS ma anche con quelle europee, per capire a che punto siamo. Stesso discorso vale per l’Under 15, che negli ultimi due-tre anni è venuta in Italia a giocare il torneo We Love Football».

Differenze di formazione – «I settori giovanili sono una prerogativa prettamente calcistica, infatti anche qui in Canada e in America fanno parte delle società, mentre per baseball, basket e football funziona diversamente. Il calcio è lo sport mondiale per eccellenza, dunque anche la MLS si è adeguata al modello europeo».

Pro e contro dell’essere presidente – «L’aspetto positivo è l’emozione che vivi ogni settimana, quello negativo sono certamente le sconfitte e anche i soldi che si spendono (ride, ndr)».

L’idolo sportivo – «Come detto, da ragazzo seguivo soprattutto l’hockey, e il mio giocatore preferito era Guy Lafleur, grande attaccante dei Montreal Canadiens. Dopo che ha smesso ho avuto l’opportunità di conoscerlo, e mi sono trovato davanti una persona ancora più incredibile del giocatore. Lui ha fatto davvero tanto per la nostra città ed è stato uno straordinario ambasciatore dell’hockey nel mondo».

Primo impatto con Bologna – «Una delle prime volte arrivai in treno da Torino, dopo un incontro con Andrea Agnelli. Come sapete facevo parte del gruppo interessato a rilevare il club, ma non pensavo che la voce fosse già circolata, invece trovai tanti giornalisti ad attendermi. Mi colpì molto il loro entusiasmo e rimasi impressionato, rendendomi davvero conto di quanto fosse importante e seguito il calcio in Italia. Ricordo che mi seguirono dal binario fino all’ingresso principale della stazione, e che non sapevo come rispondere a certe domande, un po’ per il mio italiano non fantastico e un po’ perché temevo di dire qualcosa di troppo sulla trattativa (ride, ndr)».

Quarantena in famiglia – «Ho quattro figli maschi e, a parte Jesse che va ancora a scuola qui a Montreal, gli altri sono sempre lontani. Luca lavora a Miami per l’Inter Miami, il club di David Beckham, Simone fa l’università a New York ma si trovava a Firenze per un semestre di studi lì, mentre Joey Junior gioca a calcio negli Stati Uniti. Visti i miei numerosi impegni di lavoro hanno trascorso più tempo con la mamma, e in questi due mesi e mezzo a casa insieme ho avuto modo di riscoprirli, di riconnettermi con loro, di avvicinarmi maggiormente alle loro passioni. A volte perdiamo un po’ contatto perché abbiamo troppo da fare, siamo troppo occupati, ma la famiglia è la cosa più importante. Di recente ho anche ripreso a correre con più costanza, avendo la fortuna di vivere vicino ad un grande parco».

L’insegnamento del Dall’Ara – «La prima volta al Dall’Ara (Bologna-Varese 3-0 del 18 ottobre 2014, ndr) non sentivo ancora il peso della presidenza, c’erano altri soci e gli obiettivi erano diversi. Invece la sera della finale di ritorno dei playoff, il 9 giugno 2015, mi sono veramente emozionato e ho capito a pieno cosa significa il calcio per gli italiani e in particolare per i bolognesi: la gente era nervosa e lo ero anche io, ricordo la traversa del Pescara all’ultimo minuto e poi i tifosi sul campo e il pianto dei giocatori, alla fine di un percorso fatto di impegno e sacrifici. Qui in MLS non è la stessa cosa, ecco perché per me all’inizio era difficile anche solo comprendere la differenza tra la Serie A e la Serie B. La passione di quello stadio stracolmo e le emozioni di quella partita mi hanno insegnato tanto».

Galeotta fu Pasadena – «Mia moglie Carmie, canadese di Montreal ma con origini calabresi, è una grandissima appassionata di calcio, e l’ho conosciuta in California il giorno della finale dei Mondiali 1994. Non un bel ricordo per gli italiani (Gianluca Pagliuca, in collegamento, lo sottolinea, ndr), visto come sono andate le cose, ma senza dubbio un bel ricordo per me, perché ho incontrato lei».

Foto: Imago Images