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Bagni: “Potevo portare a Bologna Cuadrado, Keita e Kessie… Skov Olsen talento enorme, Dominguez potenziale campione, se Orsolini trova continuità vale davvero 70 milioni”

Centrocampista poliedrico sul campo, grande intenditore di calcio e calciatori al di fuori del rettangolo verde, a Bologna è stato per due volte consulente tecnico sotto la gestione di Albano Guaraldi: prima tra maggio e luglio 2011, tre mesi burrascosi durante i quali riuscì comunque portare a Casteldebole vari giocatori tra cui Antonsson, Stojanovic e Taider (quest’ultimo attualmente in forza al Montreal Impact di Joey Saputo), poi a metà della nerissima stagione 2013-2014, vedendo la squadra retrocedere alla penultima giornata di campionato. Oggi abbiamo contattato Salvatore Bagni per parlare di una realtà totalmente diversa da quella che ha conosciuto qui in prima persona, per ascoltare la sua opinione sul nutrito gruppo di giovani talenti rossoblù e per farci raccontare a quali traguardi crede che possa ambire questa società. Ecco cosa ci ha raccontato…

Salvatore, continui a vivere di calcio 24 ore al giorno? «Certamente, come da trent’anni a questa parte e con la stessa passione degli esordi. Non sono legato ad un’unica squadra, sono libero e visiono calciatori di tutto il mondo collaborando con diverse realtà, nessuna delle quali in Italia».

Io invece volevo fare due chiacchiere con te proprio su una squadra italiana che conosci molto bene… «Il Bologna attuale ha un progetto e soprattutto una società seria, presupposti fondamentale se si vogliono fare cose importanti. Nei primi anni di gestione Saputo sono mancati i risultati e in un certo senso capivo il malcontento dei bolognesi, che si portavano ancora dietro la preoccupazione per le gestioni precedenti, ma ad una società va lasciato il tempo di lavorare e progettare. Oggi a Casteldebole operano due professionisti come Bigon e Sabatini: il primo lo conosco da quando era d.s. del Napoli, e oltre a svolgere benissimo la sua mansione è anche un’ottima persona, mentre su Walter non credo di poter dire nulla che non si sappia già, se non che conosco lui e il suo valore addirittura dal 1977».

Alla luce di quanto mi stai dicendo, pensi che il Bologna possa covare ambizioni importanti già quest’anno? «Non vedo perché no, in fondo l’Europa è lì, ad un solo punto di distanza. Al sesto posto c’è un Verona rivelazione che ha capito come si possa riuscire, con il lavoro e l’organizzazione, a sopperire al gap di valori tra le rose. Tra l’altro l’Hellas offre un gancio perfetto per parlare ancora di Bologna, dato che l’attuale presidente è una vecchia conoscenza rossoblù come Maurizio Setti. Il gioco che propone lo definirei ‘opprimente’, dato che prova a schiacciare i propri avversari come fa la squadra di Sinisa».

A proposito di Mihajlovic, a Bologna abbiamo ritrovato un grande tecnico e un abile stratega, non solo un energico motivatore. «Lasciami dire che solo un motivatore non lo è mai stato. Intanto è un discorso che non sta in piedi, perché non esiste un allenatore che chieda alla sua squadra di aggredire, pressare, correre e nient’altro: se così fosse, potrei farlo anch’io (ride, ndr). In più Sinisa è un grande studioso di calcio, lo conobbi quando facevo il consulente tecnico alla Lazio ed era già uno straordinario lavoratore, preciso e meticoloso. È vero, ha una grande caparbietà e la sa trasmettere ai giocatori, ma questo casomai è un valore aggiunto, non il pacchetto completo. Se le sue qualità stanno diventando evidenti al grande pubblico solo adesso, credo sia perché conta moltissimo il momento in cui ti ritrovi ad allenare una determinata squadra. Ti prendo ad esempio un mio amico, Gasperini. Qualcuno direbbe forse che non è una grandissimo allenatore? Ebbe solo la sfortuna di arrivare all’Inter nel momento sbagliato».

Se questo è il momento storico giusto per allenare il Bologna, è anche e soprattutto merito del grande lavoro che è stato fatto sui giovani… «Verissimo. Penso a Skov Olsen, un talento enorme di cui avevo parlato a Bigon già nel 2017 dopo averlo visto all’opera con la Danimarca Under 19. Con Schouten il Bologna ha invece trovato grande lucidità, fisicità e un ottimo ‘accalappiatore’ di palloni, ma lui giocava in Olanda e quindi lo considero una sorpresa relativa. Uno che invece mi ha stupito è Tomiyasu: lo avevo osservato qualche volta e non sono stupito della sua professionalità, ma non pensavo potesse fare così bene fin da subito. Svanberg quando è arrivato sotto le Due Torri era già conosciutissimo nell’ambiente, parliamo di un ragazzo che si era già fatto tutta la trafila nelle Under svedesi e che oggi Mihajlovic sta cercando di inserire nei meccanismi della squadra. Dominguez? Non lo considero nemmeno un giocatore futuribile, non è stato preso come una scommessa ma come un campione di sicuro avvenire».

Come pensi che si possa migliorare una rosa già così ben strutturata? «Con un buon attaccante, oltre ovviamente a Barrow che si è presentato alla grande. Quel ‘ragazzino’ di Palacio sta tenendo in piedi il reparto quasi da solo ed è incredibile il lavoro che fa, non solo in avanti ma dando persino una mano in copertura. Il fisico lo premia, ma a fare la differenza sono la testa e lo stile di vita fuori dal campo. Con questo non voglio dire che il Bologna non abbia altre carte da giocarsi in avanti, anzi: Orsolini, ad esempio, mostra le sue qualità in maniera un pochino altalenante, ma se trovasse continuità avrebbe ragione Walter a dire che vale 70 milioni».

Uno dei tormentoni riguardanti l’attacco rossoblù è che manca la punta da doppia cifra ‘sicura’: sei d’accordo? «Di sicuro non c’è mai nulla, e se cerchi un profilo del genere devi innanzitutto sapere che non puoi orientarti su un ragazzino, ma su qualcuno che abbia già fatto una se non due stagioni di buon livello».

Quindi, se fossi tu a decidere, su che giocatori ti orienteresti? «Lascio fare a Bigon e Sabatini, ma posso raccontarti dei giocatori che avrei potuto portare a Bologna negli anni di Guaraldi. Sono stato molto vicino a Bradley e soprattutto a Cuadrado, che sarebbe venuto in prestito: non aveva le caratteristiche adatte per il gioco dell’Udinese e infatti è poi passato al Lecce. Ma anziché i profili che avevo indicato io furono acquistati Agliardi, Crespo e Vantaggiato, e di lì a poco la mia prima avventura a Bologna si interruppe. Quando poi il presidente mi richiamò, chiedendomi di muovermi per un centrocampista che non conoscesse nessuno, io gli parlai di Nabi Keita. Ai tempi giocava nell’Istres, squadra francese di seconda divisione, e io mi feci 1.700 chilometri in macchina per andargli a parlare di persona e convincerlo a firmare per noi. Lui sarebbe venuto, ma Guaraldi rifiutò quando gli dissi che il costo del cartellino era di circa 2 milioni di euro. Sai poi il Salisburgo per quanto lo ha comprato? 1,8 milioni, rivendendolo a 15 al Lipsia, che a sua volta l’ha ceduto al Liverpool per 65. Sarebbe stata una grandissima plusvalenza per un ragazzo su cui davvero non si era ancora mosso nessuno, forse lo Strasburgo era andato a visionarlo ma senza attivarsi concretamente. Di aneddoti così ne avrei un centinaio, pensa solo a Kessie…».

Sei stato vicino a portarlo al Bologna? «Assolutamente sì, nel periodo di Corvino, il prezzo del suo cartellino si aggirava sui 350 mila euro. Lo proposi a ben 14 club, ne parlai anche con Bigon e Sabatini quando lavoravano per Napoli e Roma, ma rifiutarono tutti. All’epoca Franck aveva 18 anni, giocava ancora come difensore centrale nella Stella Adjamé, club della Costa D’Avorio: non lo conoscevano e non si sono fidati. Io comprendo che non si possano conoscere tutti i calciatori di questo mondo, ma ho un principio: se mi parli benissimo di uno stopper di 18 anni, già titolare della sua Nazionale e dal costo basso, io lo compro anche se non so chi sia. Sampdoria e Udinese gli furono molto vicine, però alla fine non se ne fece niente. La storia più assurda riguarda il Cesena, che inizialmente lo rifiutò per poi prenderlo in prestito dopo che si fu accasato all’Atalanta, di fatto valorizzandolo per un’altra società quando avrebbe potuto detenerne il cartellino».

Aumentano i rimpianti per averti avuto a Casteldebole così poco tempo… «Ti ringrazio, da parte mia posso dirti che rimpianti non ne ho perché ho fatto del mio meglio, continuando a segnalare giocatori al Bologna anche dopo essere stato licenziato. Sento un po’ miei i 51 punti e il nono posto ottenuti con Pioli, perché anche se venne poi presentato da un altro direttore sportivo ero stato io a parlargli, tanto per citarne uno, di Belfodil».

Tra i giocatori della storia recente, da quale ti saresti aspettato qualcosa in più? Ti faccio il primo nome che mi viene in mente: Petkovic. «La delusione per le sue prestazioni è relativa, dipende per quale motivo venne acquistato. Se la società voleva un attaccante che abbinasse tecnica e fisico allora era il giocatore giusto, ma se invece stava cercando una punta che garantisse dei gol sicuri, certamente Petkovic non era il profilo ideale».

C’è un altro aneddoto con cui ti farebbe piacere concludere? «Nel 2000, quando lavorava a Perugia, parlai a Sabatini di un sedicenne olandese interessante. Il suo nome? Arjen Robben».

Sicuro di non poter fare uno strappo alla regola e dirmi un nome sul quale punteresti oggi? «Non posso, è il mio lavoro, Ma se Walter mi dovesse chiamare per chiedermi un consiglio, a lui lo direi (ride, ndr)».

Grazie mille per questa bella chiacchierata, Salvatore. «Grazie a te e alla gente di Bologna per l’affetto che mi ha sempre dimostrato, e per aver capito come andarono veramente le cose in quegli anni. Io non avevo niente da nascondere e ci misi la faccia anche durante quel famigerato Bologna-Catania, presentandomi in tribuna al Dall’Ara nonostante non fossi tenuto a farlo. Quando vengono raccontate delle bugie sul tuo conto è doloroso, e io sono grato alla vostra città per non aver mai creduto alle chiacchiere».

Fabio Cassanelli

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Foto: Getty Images