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Gineprini: “Zero utili, poco talento e caos organizzativo, ecco la crisi del calcio cinese. Per Arnautovic al Bologna serve un ultimo sacrificio di tutte le parti”

Così come Vladimir ed Estragon aspettavano Godot, il Bologna e i suoi tifosi da qualche mese aspettano Marko Arnautovic, augurandosi che il finale di questa lunga trattativa con lo Shanghai Port sia diverso da quello dell’opera teatrale di Samuel Beckett. Per provare a conoscere meglio la complessa realtà con cui sta avendo a che fare il club rossoblù, abbiamo contattato il giornalista e scrittore Nicholas Gineprini, grande appassionato ed esperto di calcio asiatico, responsabile del sito All Asian Football (e del relativo magazine), corrispondente da Pechino per varie testate online (fra cui L’Ultimo Uomo e QuattroTreTre) e autore del libro Il sogno cinese. Storia ed economia del calcio in Cina. Ecco cosa ci ha raccontato…

Nicholas, innanzitutto grazie per la disponibilità. Da ormai più di tre anni vivi in Cina: cosa ti ha spinto a questo cambiamento radicale? «Tanti motivi, per lo più personali, anche qualche delusione. Ho cambiato di netto la mia visione della vita e tutto ciò mi ha condotto alla decisione di trasferirmi qui».

Per chi non conosce la realtà orientale, quali sono le grandi contraddizioni del calcio cinese e in generale di quello asiatico? «Ce ne sono tante. In primis la cultura calcistica, perché tutti i grossi club sono emanazione delle grandi industrie del Paese: ad esempio Suning, tanto per fare un nome noto, che peraltro con lo Jiangsu ha chiuso i battenti. Il calcio cinese non produce utili, quindi nelle leghe più basse la durata media di una società non supera i tre anni: se non riesce a fare il salto di categoria in due stagioni, è destinata a morire, infatti ogni anno scompaiono circa sedici squadre. L’unico campionato realmente professionistico è quello giapponese, che accoglie molti più giocatori, soprattutto del Sud-Est asiatico, ma anche quello sudcoreano sta crescendo bene».

Dopo tanti anni in cui la Cina ha attratto campioni, ora il mercato non può più offrire le stesse cifre: il torneo è quindi destinato a chiudersi nuovamente dentro i suoi confini? «Temo di sì, perché la stessa Federazione è nel caos più completo e non ha interesse per il campionato. Quest’anno in Cina si è scesi in campo da marzo ad aprile giocando cinque giornate, poi c’è stata una lunga pausa per la Nazionale e la prima fase si completerà entro metà agosto. Quindi altro stop per la Nazionale e fase finale per il titolo da inizio dicembre a inizio gennaio. All’inizio la Super League 2021 non prevedeva la seconda parte, perciò si è generata parecchia confusione: dal punto di vista organizzativo è una sconfitta, ed è la riprova che il campionato cinese non può competere con quello giapponese o quelli della penisola araba».

Come mai è più facile per un calciatore giapponese o sudcoreano approdare in Europa? «La risposta penso risieda principalmente nella qualità generale. Sono calciatori abituati a giocare in un contesto competitivo, poi tanti di loro fanno una tappa intermedia in Belgio o in Portogallo (dove non è previsto alcun limite al tesseramento di giocatori extracomunitari, ndr) e infine approdano nei grandi club europei, soprattutto in Germania. Basti pensare al percorso di Tomiyasu, che adesso in patria è molto popolare ma già prima di uscire dal Giappone aveva dimostrato di avere capacità notevoli. Il resto del continente offre poco talento, però gli stipendi sono comunque alti, e così i giocatori non sono spronati a migliorare».

A Bologna tiene banco la telenovela Arnautovic: a tuo avviso perché la trattativa non si sblocca? «Penso che molto dipenda dallo Shanghai Port, che è in seria difficoltà nel trovare un rimpiazzo, soprattutto per un top player e per di più straniero. Peraltro in questo momento è anche complicato far arrivare giocatori in Cina, a causa dei lenti processi burocratici per il visto e della quarantena di tre settimane che bisogna rispettare. Secondo me lo Shanghai, considerando i soldi spesi per il suo cartellino (23 milioni di sterline al West Ham nel 2019, ndr), sta pensando di farlo rientrare alla base e di trattenerlo almeno fino a metà agosto, così da completare la prima fase di campionato. L’alternativa, per loro, è trovare subito un sostituto sul mercato interno. In ogni caso penso che non si andrà oltre quel periodo, sempre ammesso che Arnautovic accetti di rientrare in Cina: per evitare il muro contro muro, con un ultimo sacrificio di tutte le parti in causa la situazione si potrebbe sbloccare anche prima».

Lorenzo Bignami

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