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Smit: “Da giocatore potevo fare di più, ora alleno il Triglav sognando di tornare in Italia. Il Bologna è la squadra del mio cuore”

Grintoso terzino di spinta, tanta corsa e un gran bel mancino, Vlado Smit si è forse accontentato di una carriera un po’ al di sotto delle sue potenzialità. Arrivato sotto le Due Torri nel 2002 all’età di 22 anni, il laterale serbo è comunque riuscito ad indossare la prestigiosa casacca rossoblù in 62 occasioni tra Serie A, Serie B, Coppa Italia e Coppa Intertoto, realizzando 2 gol e guadagnandosi la stima di importanti allenatori come Francesco Guidolin e Renzo Ulivieri. Dopo aver completato il suo percorso da calciatore, che in Italia lo ha visto di scena anche a Bergamo, Ferrara, Gallipoli, Pescara e Treviso, Smit è diventato prima vice e poi allenatore del suo ultimo club, il Triglav Kranj, che stava conducendo verso una serena salvezza nel massimo campionato sloveno. Costretto a casa come tutti dall’emergenza Coronavirus, oggi lo abbiamo contattato per parlare di lui e di questa sua nuova avventura, senza ovviamente dimenticare il Bologna di ieri e di oggi.

Vlado, è da un po’ che non abbiamo tue notizie: cosa stai combinando? «Gli ultimi sei anni della mia carriera da calciatore li ho vissuti al Triglav Kranj, in Slovenia, poi la società mi ha offerto il posto da allenatore in seconda. Il rapporto tra me e il club è proseguito nel migliore dei modi, tanto che nel corso di questa stagione hanno dato in mano a me la squadra, dopo l’esonero del mister (Dejan Doncic, ndr) a causa di un avvio negativo. A tal proposito, lo scorso giugno a Coverciano avevo ottenuto il patentino UEFA A, una volta finita l’emergenza punto a conseguire anche quello UEFA Pro per non avere più problemi».

Quindi ora sei in Slovenia? «Sì, non sapendo quanto durerà questo brutto periodo ho preferito rimanere qui e non tornare in Serbia, così da evitare l’ulteriore quarantena di due settimane al momento del rientro e poter ricominciare subito a lavorare, se mai il campionato riprenderà. Nel frattempo mi tengo in contatto con i miei giocatori e gli invio dei programmi per tenersi in forma a casa, nei limiti del possibile. Tramite amici cerco anche di informarmi su quanto succede in Italia, Paese a cui sono rimasto legatissimo, e le notizie che ricevo sono davvero drammatiche».

Continui a seguire anche il nostro calcio, suppongo… «A livello professionale osservo con grande attenzione la Serie A ma ancor di più la B e la C, sperando magari un giorno di allenare lì. Da tifoso, invece, non ho dubbi: Bologna tutta la vita. E non lo dico apposta per l’intervista, la considero davvero la mia squadra del cuore, quella a cui sono rimasto più affezionato, anche perché in città stavo da dio».

Il primo approccio in rossoblù fu positivo, poi cosa accadde? «Dopo qualche apparizione in Primavera, Guidolin mi aggregò alla Prima Squadra e mi fece anche esordire a San Siro contro l’Inter: non dimenticherò mai le sensazioni vissute quel giorno e lo ringrazierò sempre, perché credeva veramente in me. L’estate successiva purtroppo il mister andò via, arrivò Mazzone e la società fece altre scelte, inserendo in rosa alcuni giocatori presi in prestito dalle cosiddette big. Così io andai in prestito prima all’Atalanta, con cui ottenni la promozione in A, e poi al Pescara».

Al tuo ritorno, due anni dopo, trovasti invece molto più spazio. «Ulivieri è un altro allenatore che devo ringraziare per avermi dato tanta fiducia e continuità, seppur in Serie B. Dopo la triste e ingiusta retrocessione del 2005 il club era in grossa difficoltà, ma un passo alla volta riuscimmo a rialzare la testa. Il mio più grande rammarico rimane quello legato alla stagione 2006-2007, quando restammo fuori dalla zona promozione diretta e non disputammo nemmeno i playoff, visto che il divario tra la terza e la quarta era troppo ampio (in A andarono Juventus, Napoli e Genoa, ndr). A quel punto ero in scadenza e il Bologna non mi rinnovò il contratto, così accettai la proposta del Treviso».

Pensi mai che forse avresti potuto fare qualcosa di più in carriera? «Certo, potevo e dovevo fare di più. L’infortunio alla caviglia patito nel 2004 e la conseguente operazione mi hanno condizionato parecchio, ma le responsabilità sono soprattutto mie. Se in certi frangenti avessi avuto più testa e maturità, magari avrei fatto un percorso diverso… Ogni tanto mi dico: “Che coglione che sei stato!”, però non voglio perdermi in mezzo ai rimpianti, preferisco guardare le cose positive. Tanti ragazzi sognano di giocare in Serie A e io ci sono riuscito, rimanendo nel calcio italiano per quasi dodici anni, non è poco».

Chissà quanti aneddoti potresti raccontare di quegli anni sotto le Due Torri… «Io, Terzi e Meghni eravamo come i tre moschettieri (ride, ndr), quelli che facevano più casino in assoluto. Ricordo che una sera Ulivieri ci chiamò a casa sua dopo una partita, mentre il nostro piano era quello di andare in discoteca. Arrivammo da lui pensando che ci volesse trattenere a cena, così ci preparammo delle scuse per ‘scappare’ non troppo tardi e iniziammo ad esporle, ma ad un tratto ci fermò e ci disse: “Bischeri, non ho fatto certo preparare la tavola per voi. Volevo solo chiedervi alcune cose sulla gara e sulla vostra prestazione”. Ce la cavammo in poco tempo, ma sono certo che sapesse tutto (ride, ndr)».

Domanda d’obbligo, visto che stai provando a seguire le sue orme: cosa ti piace in particolare di Mihajlovic e del suo Bologna? «Innanzitutto si vede chiaramente la sua mano sul piano del temperamento e della personalità, le doti da leader che Sinisa aveva in campo le ha mantenute anche in panchina. Non c’è però solo questo: spesso le sue squadre hanno proposto del buon calcio, ma il Bologna di oggi credo sia di un livello ancora superiore per idee tattiche e qualità della manovra, segno che la sua crescita come allenatore è costante. Visto quello che ha passato di recente, gli auguro ogni bene e di arrivare presto a festeggiare la guarigione al 100%».

E magari avvisalo se ti capita tra le mani un talento interessante, visto che nel Triglav ha mosso i primi passi un certo Ilicic… «Volentieri (ride, ndr). Sono stato spesso contattato da dirigenti italiani che conosco, specialmente di Serie B e C ma anche qualcuno di A. Noi siamo una società piccola che punta molto sul proprio settore giovanile, ci costruiamo i giocatori in casa e li portiamo fino alla Prima Squadra. Qui ci sono diversi ragazzi talentuosi ma ancora un po’ grezzi, uno dei nostri obiettivi è proprio quello di prepararli al salto in uno dei principali campionati europei. E se questo salto fosse verso Bologna, ne sarei doppiamente felice».

Simone Minghinelli

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Foto: nktriglav.si