La partita con la Cremonese non diventerà, speriamo, una Pasqua di sangue, ma in qualche modo chiude un cerchio, perché è proprio dalla sfida dell’andata contro i grigiorossi che, guardando i numeri, si può individuare l’inizio della crisi dei rossoblù. Nei tre contropiedi letali della squadra (ancora) allenata da Nicola abitano gli archetipi dei guai che hanno inchiodato i rossoblù a una stagione molto più modesta di quanto il terzo posto di quel primo dicembre faceva immaginare.
Nel frattempo il club ha chiarito il quadro degli obiettivi. Alla squadra la dirigenza ha chiesto di chiudere almeno all’ottavo posto: la soglia minima per restare agganciati all’Europa e per non fare un passo indietro rispetto alla scorsa stagione. Un traguardo che, classifica alla mano, resta assolutamente alla portata del Bologna. Ma per arrivarci servirà ritrovare alcune caratteristiche che avevano definito la prima parte della stagione.
Il dato più interessante, forse anche il più controintuitivo, riguarda il pressing. Il Bologna continua a recuperare molti palloni: circa 30 a partita, un volume che resta nella fascia medio-alta del campionato. In altre parole, la squadra continua a costruire le situazioni che dovrebbero generare vantaggio. Il problema non nasce nel momento della riconquista, ma subito dopo. Dalla gara con la Cremonese in avanti però è calata la qualità delle azioni prodotte nei primi secondi dopo il recupero del pallone. Gli expected goals (criterio discutibile, ma ormai entrato nel lessico famigliare dei commentatori) generati entro dieci secondi dalla riconquista sono scesi a 0,13, uno dei valori più bassi della Serie A. Tradotto: il Bologna recupera, ma riesce meno spesso a trasformare quella situazione in un tiro o in un’occasione concreta.
È cambiato anche il modo in cui la squadra occupa campo dopo il recupero. L’Expected Threat (i parametro che misura quanto un’azione con il pallone aumenta la probabilità di arrivare a un tiro pericoloso) prodotto nei primi dieci secondi si è abbassato a 0,53: un dato che suggerisce meno avanzamento immediato verso il terzo offensivo e una verticalità più contenuta. Il Bologna resta una squadra che controlla bene le partite, ma è diventato meno rapido nel colpire quando si apre lo spazio.
La stessa sensazione emerge osservando la fase opposta, quella che segue la perdita del pallone. La riaggressione, uno dei tratti più riconoscibili della squadra al meglio delle sue possibilità, ha perso un po’ di efficacia: le riconquiste entro cinque secondi dalla perdita sono scese al 24,4%. Non è un dato drammatico, ma racconta una squadra leggermente più lunga e meno compatta intorno alla palla.
Questo spiega anche un altro indicatore che è cresciuto negli ultimi mesi, tra dicembre, gennaio, febbraio e marzo. L’Expected Threat subito (ovvero la minaccia concessa agli avversari nelle prime fasi della transizione) entro dieci secondi dalla perdita del possesso è salito a 0,51. Significa che, quando il Bologna perde il pallone, gli avversari trovano qualche metro in più per sviluppare la ripartenza.
Messi insieme, questi numeri raccontano una tendenza abbastanza chiara: il Bologna continua a recuperare palloni con continuità, ma ha perso un po’ di efficacia nei momenti immediatamente successivi alla riconquista e alla perdita. Meno verticalità quando si attacca, meno densità quando si deve riaggredire. E qui si può chiamare in causa una serie di fattori: concentrazione, lucidità, vigore atletico. Piccoli dettagli che non parlano di una trasformazione radicale, ma che sono sufficienti per incidere sulla pericolosità complessiva della squadra. E in serie A anche i dettagli possono cambiare le partite.
Luca Baccolini
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Foto: Alessandro Sabattini/Getty Images (via OneFootball)



