È un peccato che il Bologna sia caduto ad un metro dal traguardo proprio in questa partita. Per come si era messa, con quell’episodio a penalizzare i felsinei per un lungo tratto di gara, sarebbe stato veramente importante fare bottino pieno, magari anche in maniera fortunosa e un po’ sporca. Il morale ne avrebbe beneficiato e chissà, forse la squadra avrebbe iniziato a risalire la china dopo un periodo no.
Bene. Anzi, mica tanto. Perché queste righe valgono per il match di ieri contro il Parma, ma avremmo potuto scriverle anche dopo la sconfitta col Genoa. Prima ancora, avremmo potuto inserirle in un pezzo post Como. Tre sfide, queste, con un minimo comune denominatore, o meglio due: l’espulsione di un giocatore rossoblù e il BFC che prende oltre il 90′ un gol che costa punti in classifica pesantissimi.
E allora, anche senza scomodare la trita e ritrita Agata Christie e i suoi tre indizi, viene il sospetto che qualcosa non vada.
Qualcosa che non può essere riassunto in un’imprecazione contro la malasorte che per inciso sì, c’è stata. C’è stata negli episodi, perché le tre espulsioni, a voler essere buoni, sono state dettate da altrettante scelte ‘sfortunate’ degli arbitri e degli addetti VAR, e c’è stata nelle conclusioni indovinate da tre giocatori avversari (Baturina, Messias e Ordoñez) che storicamente non hanno nella capacità di segnare reti decisive la loro qualità più spiccata.
Ma è veramente tutto qui? Gettiamo all’aria ogni tipo di interpretazione tattica, riempiamo Casteldebole di corni rossi e istituiamo una raccolta firme affinché i match analyst del Bologna vengano rimpiazzati con un ben più utile esorcista?
Noi ci prendiamo la responsabilità di proporre una verità un po’ più scomoda: i tiri avversari, anche quelli della domenica, anche quelli imprendibili che volano sotto al sette o si infilano dispettosi nell’angolino, si può provare a non farli partire, soprattutto in momenti della partita (e della stagione) in cui ti resta poco altro se non stringere i denti.
Ci poteva provare Sulemana, che a Como era in campo da dieci minuti e quindi avrebbe dovuto essere in grado di trovare le energie necessarie per accorciare di un altro metro su Baturina. Ci potevano provare Ferguson ed Heggem, a non farsi saltare agevolmente (il primo) e ad anticipare l’uscita sul portatore di palla (il secondo) quando Messias ha pescato il jolly. Infine, ci potevano provare ancora Ferguson, in ritardo di un giro su Nicolussi Caviglia, e Lucumí, a non far concludere a Ordoñez l’azione di un Parma che non si era mai visto nell’area avversaria ed era pure in dieci uomini da un quarto d’ora.
Potevano. Ma non l’hanno fatto. E quei gol sono costati quattro punti. Senza contare che le stesse espulsioni che avevano complicato la gara sono state sì sempre troppo eccessive, ma figlie di gravi errori tecnici (Skorupski a Genova, Lykogiannis e Pobega ieri) e disciplinari (Cambiaghi a Como, che comunque quel gesto non avrebbe dovuto farlo). Come a dire che prima di prendersela contro la direzione presa dal fato, bisognerebbe badare a ciò che a quel bivio ti ci ha portato.
Poi certo, la sfortuna. Baturina che sembra Del Piero, non uno ma tre giocatori del Genoa che segnano gol da PlayStation e Orsolini che prende un palo clamoroso un minuto prima che il Parma vada ad esultare sotto il suo spicchio di curva. Al Parma, però (solo per stare sulla stretta attualità), tu hai fatto un solo tiro in porta in 98 minuti. E questo forse è un altro dato da analizzare con più attenzione. Il terzetto d’attacco partito titolare ieri ha prodotto, fin qui, 2 gol e 3 assist in campionato. Il terzetto che invece, a questo punto, è probabile sia stato risparmiato in vista della sfida di Coppa Italia contro la Lazio, ha numeri ben diversi: in panchina per buona parte del match contro i ducali sono rimasti 16 gol e 7 assist. Se si aggiungono Pobega ai titolari e Odgaard agli esclusi, il primo quartetto arriva a 4 gol e 4 assist, il secondo a 20 gol e 8 assist.
Evidentemente si è data priorità alla coppa, preservando le energie di giocatori (anche in difesa, si pensi Miranda e Zortea) che si spera possano risultare decisivi mercoledì. Ma se si è arrivati a questa scelta così netta, non è forse perché i recenti tonfi hanno reso il campionato la terza competizione in ordine di importanza? E se tre o quattro elementi che da sei mesi hanno le polveri bagnate hanno semplicemente confermato il loro trend, non riuscendo a produrre un solo tiro in porta contro un’avversaria come il Parma, la iella c’entra poco: Italiano, nelle condizioni di affrontare i crociati con quei titolari, ci si è messo con le sue mani. Nessuno vuole negare che il BFC, in questo momento, stia facendo sembrare Fantozzi un uomo fortunato, per carità. Ma così come gli scudetti non si vincono a forza di colpi di fortuna, non si sprofonda dalla zona scudetto al decimo posto unicamente perché la sfiga si è messa di traverso.
Un’ultima chiosa. L’indimenticato Sinisa Mihajlovic, durante il lungo periodo in cui il suo Bologna non riusciva a conservare la porta inviolata, arrivò a dire che la in fase difensiva la sua squadra avrebbe dovuto essere «disperata» e «sputare sangue» pur di non subire gol.
Questo sembra mancare, nella squadra attuale: l’urgenza, lessicale e agonistica, di guardare in faccia la crisi e opporsi ad essa con tutti i mezzi possibili. Dov’è finito il Bologna della riaggressione alta in stile Italiano ora che c’è bisogno di mordere le caviglie all’avversario fino al centesimo minuto? Si è perso nella sbornia dei discorsi sull’ottavo scudetto? Una squadra che ha sfiorato le nuvole non ne vuole sapere di fare la lotta nel fango? Non lo pensiamo e non vogliamo crederci, ma con la stessa forza rifuggiamo l’idea che a questo gruppo sia stato semplicemente fatto il malocchio.
«Manca sempre qualcosa» ha detto Bernardeschi nel post partita di ieri. Non manca – aggiungiamo noi – nei portieri più insicuri, nella difesa più permeabile, nel centrocampo fuori condizione o nell’attacco che spara a salve, ma nel collettivo. È un’assenza che esaspera ognuna di queste fragilità, e a turno condanna questo o quel singolo. È qualcosa che fino a dicembre c’era, e come i buoni propositi è svanito con l’arrivo del nuovo anno. Non sappiamo, purtroppo, cosa sia, ma se era nella testa e nelle gambe dei giocatori nella prima parte di stagione, significa che è qualcosa di allenabile. Di ripristinabile. E di molto più governabile della sorte. E questa, a ben guardare, è una bellissima notizia.
Fabio Cassanelli
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Foto: Alessandro Sabattini/Getty Images (via OneFootball)



