Domenica a Marassi un Bologna ancora convalescente stava comunque vincendo in modo agevole su un campo sempre ostico, poi al 56′ è avvenuto l’episodio che ha cambiato tutto. Skorupski ha commesso una sciocchezza, non ci piove, eppure l’errore peggiore non è stato il suo, perché ancora una volta l’arbitro ha condizionato una partita dei rossoblù. Gli episodi che in questi anni sono stati sfavorevoli al BFC, dal rigore negato a Ndoye contro la Juventus a quello fischiato a Lucumí contro la Roma, passando per il gol annullato a Ferguson contro il Monza fino alla direzione di La Penna a Firenze, sono così tanti che mi dilungherei troppo se li citassi tutti.
Con questo non voglio dire che la classe arbitrale sia ostile al club di Joey Saputo, non lo penso e non credo ai complotti: in ogni giornata di campionato c’è almeno una squadra che ha qualcosa da recriminare per le decisioni dei direttori di gara. E qui veniamo al punto che mi sta a cuore.
A mio parere è un’autentica follia che dopo l’introduzione del VAR la decisione finale sia rimasta nelle mani dell’arbitro. Da una parte abbiamo delle persone che hanno a disposizione monitor, telecamere e varie angolazioni per valutare minuziosamente le azioni, e lavorano in un contesto tranquillo. Dall’altra abbiamo un uomo sotto stress, attorniato dai giocatori e circondato dal tifo dello stadio, che deve prendere una decisione in tempo reale e che non è detto che abbia goduto della visuale migliore. Come si fa a privilegiare la decisione di quest’ultimo, adducendo come motivazione il fatto che lui si trova sul campo? Così si sfocia nel paradosso.
Prendiamo il caso specifico, visto che purtroppo abbiamo un esempio fresco a disposizione. Skorupski era a parecchia distanza dalla sua porta, ha perso il possesso del pallone e ha steso Vitinha. Maresca in quella frazione di secondo, come testimoniato dagli audio diffusi dalla trasmissione Open VAR in onda su DAZN, ha solo pensato: «Ma c’è la porta vuota, basta che tira in porta e fa gol».
Era pressato, doveva agire in fretta e, anche se parliamo di arbitri di Serie A, può capitare che in circostanze simili un uomo non sia in grado di ripassare mentalmente le quattro condizioni per le quali si configura il DOGSO. Ed è proprio per questo, ripeto, che è stato istituito il VAR: perché qualcuno, a mente più fredda e con l’ausilio della tecnologia, sia libero di correggere un errore. Se la scelta rimane dell’arbitro, tale concetto viene a perdersi.
Non si tratta soltanto di possibile orgoglio ferito del direttore di gara, che pur di difendere una sua scelta non accoglie le dritte del VAR, parliamo proprio di persone che hanno visto cose differenti. Presumo che mentre consulta il monitor dell’on field review, l’arbitro riguardi anche scorrere nella sua testa l’episodio per come l’aveva visto accadere in campo, così può accadere che si convinca di aver visto meglio lui: più che di permalosità, in certi casi può tutt’al più trattarsi di cocciutaggine.
Se le decisioni definitive le prendesse chi sta in sala VAR, questo rischio sarebbe scongiurato e sono certo che ci sarebbero anche molte meno polemiche. Per come stanno le cose ora, invece, il ruolo dei varisti viene svilito e gli arbitri rischiano di finire nell’occhio del ciclone. E, cosa ancora più grave, condizionare partite o addirittura interi campionati.
Pepè Anaclerio
© Riproduzione Riservata



