Mirko Pavinato, uomini e capitani così non esistono più

Mirko Pavinato, uomini e capitani così non esistono più

Muore anche Mirko Pavinato, e Romano Fogli rimane da solo. Non dev’esser facile reggere in solitaria il peso di una storia collettiva come quella dello scudetto del Bologna, forse il titolo più avvincente della storia del calcio italiano. Per Fogli sarà proprio così. Il destino gli ha riservato il privilegio e l’onere di chiudere per ultimo la porta dietro quella squadra da sogno che oltre a Pavinato recitava Negri, Furlanis, Tumburus, Janich, Perani, Bulgarelli Nielsen, Haller, Pascutti. Tutti andati, molti precocemente, senza neanche poter festeggiare il traguardo degli ottanta.
A noi però tocca un compito più difficile del lacrimevole ricordo d’occasione. Anzi, ne toccano due: il primo è studiare la storia, che per Pavinato cominciò nella natia Vicenza, figlio di quell’Italia nord-orientale operaia, che s’applicava al calcio come avrebbe fatto al tornio o all’aratro. Cresciuto nel suo Lanerossi, nel 1954 rischiò di rimanere cieco da un occhio per una pallonata rimediata nella finale del Torneo di Viareggio: ma prima l’oculista gli potesse aprire la palpebra, Mirko era riuscito a segnare il gol del 3-1 che valse la coppa. Nel 1956 Renato Dall’Ara spese per lui 30 milioni, una cifra degna di un buon attaccante d’allora. Qualche anno dopo Angelo Moratti arrivò a decuplicare l’offerta, prontamente rifiutata dal presidentissimo rossoblù.
Pavinato, del resto, non era diventato capitano per caso: solido, tetragono, non fumantino come Haller né istintivo come Pascutti. Di lui ci si poteva fidare. E si fidava soprattutto Fulvio Bernardini, che l’aveva visto da vicino da allenatore del Lanerossi, ben felice di ritrovarselo a Bologna. Quando ‘Fuffo’ se ne andò, Pavinato disse addio la stagione seguente. A causa dei troppi convocati rossoblù, non fu mai chiamato in Nazionale. L’avrebbe meritata, come forse avrebbe meritato almeno la gioia di un gol, mai arrivato in carriera. Ma il suo era ancora un calcio di posizione, uomo contro uomo. E un terzino come Pavinato, la porta avversaria la vedeva sempre col binocolo.
C’è poi un secondo modo di onorare la sua memoria. Lo si può fare ricordando la persona e, nel farlo, chiedersi se uomini come Pavinato esisteranno ancora nel calcio di cui ci affanniamo a seguire le sorti. Mirko era quello che trovavi ancora sull’elenco del telefono (controllate alla lettera P), quello che rispondeva (finché ci sentiva) ai tifosi che volevano salutarlo, quello che un giorno andò a consegnare personalmente una sua foto con dedica ad un ragazzino di dieci anni che l’aveva riconosciuto ormai molti anni dopo lo scudetto del 1964 (l’aneddoto, incredibile ma vero, è stato raccontato da Simone Monari su Repubblica).
Pavinato era questo. E tutte le volte che perdiamo il nostro tempo a registrare le smorfiette dei divi di oggi, pensiamo un attimo a questo calcio. Certo, non possiamo fare molto per cambiarlo. Ma se è diventato così, la colpa è stata un po’ anche nostra. Nell’aver ignorato, finché c’erano, gentili e discreti in mezzo a noi, uomini come Pavinato.

Luca Baccolini

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Foto: bolognafc.it