Senza più lo smalto dei tempi migliori. Anche orgoglioso, a tratti, ma mai quanto basta per raddrizzare una partita. E quanti errori! Uno dietro l’altro, spesso decisivi. È la fotografia del Bologna degli ultimi due mesi, ma purtroppo è anche quella dell’intera stagione di Lewis Ferguson.
La lista degli episodi che ha visto protagonista lo scozzese è talmente lunga e impietosa che è meglio togliersi il dente il prima possibile.
Nella sciagurata trasferta fiorentina è intervenuto in area come ormai non si può più fare, regalando un rigore ad una squadra che altrimenti non avrebbe mai segnato. A Riyadh, in finale di Supercoppa, l’unica vera occasione di riaprire il match è capitata sulla sua testa e ne è uscita una ‘citofonata’ a Milinkovic-Savic. E poi la palla mal gestita a centrocampo che ha permesso all’Atalanta di imbucare per il raddoppio di Krstovic, la sterzata con cui Messias lo ha mandato in un bar di Genova, il poco senso del pericolo con cui ha approcciato il pallone che poi Ordoñez ha scagliato in porta, e per finire il penalty fallito contro la Lazio in Coppa Italia, col quale ha concluso una serata che aveva visto la sua parziale responsabilità anche sul gol di Noslin.
In assenza di De Silvestri e Freuler la fascia è ancora sua, ma Captain Lewis non c’è più. Non nell’approccio, quello mai: Ferguson giocherebbe con la stessa serietà anche con un piede ingessato. Ma per poter esprimere al meglio tutte le sue strepitose qualità ha bisogno di essere supportato dalla condizione fisica, e questa sta mancando. Da più di un anno, in realtà.
Fergie aveva nello strapotere muscolare e polmonare uno dei suoi maggiori punti di forza. Passava dall’aiuto alla difesa al supporto all’attacco in un battito di ciglia, sbrindellava il gioco altrui e aumentava i cilindri a quello del BFC. E dai cilindri, ogni tanto, faceva pure saltar fuori qualche coniglietto.
Corre anche ora, spesso più degli altri, ma arriva con un secondo di ritardo. La gamba è meno solida, il tackle meno convinto. E tira in porta anche adesso, ma centra raramente lo specchio e troppo spesso il portiere.
Tra il gladiatore ammirato prima della rottura del crociato e la pallida versione attuale c’è stato anche un cambio di ruolo, è vero. Ma le sue difficoltà non sono mai apparse di natura tattica. Lewis non sta faticando a adattarsi alle nuove richieste del mister, che così nuove non sono nemmeno più. È il corpo che lo sta tradendo. Mercoledì scorso, in Coppa Italia, il taglio di Dele-Bashiru l’ha letto. In due diverse occasioni. La prima volta s’è salvato col mestiere, la seconda non è riuscito a stare dietro all’avversario pur mettendoci tutto quello che aveva, ed è questo il problema: tutto ciò che può dare Ferguson, oggi, non è abbastanza. Non se deve sia cantare che – soprattutto – portare la croce in una squadra di Italiano, compito ancor più ingrato che sotto altre guide tecniche.
Dal dischetto contro la Lazio si è presentato subito, l’ex Aberdeen, ma ha impiegato diversi secondi per aggiustare millimetricamente il pallone, tradendo una certa tensione, e poi l’ha ‘passata’ a Provedel. Contro il Maccabi aveva riempito l’area, ma poi Rowe ha cercato di regalargli un po’ di gloria e lui si è inceppato calciando addosso al portiere. Come a dire che lo spirito indomito è rimasto lo stesso, ma il fisico no e il killer instinct nemmeno. Quelli non sono più tornati ai livelli precedenti a quando il suo ginocchio fece crack. E se lui, dopo la trasferta contro gli israeliani, ha dichiarato che è stato comunque importante essersi fatto trovare in zona gol, forse lo ha fatto per raccontarsi una verità alla quale vorrebbe credere per primo, ma che cozza dolorosamente col calciatore che potrebbe essere.
Allo stato attuale le sue prestazioni sono un problema. Sì, nemmeno Freuler è quello di inizio anno. Pobega commette qualche ingenuità di troppo, Moro non trova continuità, Fabbian se n’è andato, Sohm è ancora tutto da scoprire. L’intero reparto è in crisi, e non è che allargando lo sguardo alle altre zone del campo venga proprio da tirare chissà quale respiro di sollievo. Ma questa non è nemmeno lontanamente una consolazione. Non per lui, o per la squadra, certo non per i tifosi. È solo un altro modo di raccontarsela.
Fabio Cassanelli
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Foto: Alessandro Sabattini/Getty Images (via OneFootball)



