Sessant'anni fa la morte di Renato Dall'Ara, l'eterno presidente dei cinque scudetti rossoblù

Sessant’anni fa la morte di Renato Dall’Ara, l’eterno presidente dei cinque scudetti rossoblù

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Alle 17:30 di sessant’anni fa esatti, il 3 giugno 1964, Renato Dall’Ara si portò una mano al petto e stramazzò a terra, stroncato da un infarto mentre si trovava a Milano con il collega Angelo Moratti e il presidente di Lega Giorgio Perlasca per concordare i premi scudetto e non creare pericolose disparità tra Inter e Bologna in vista dello spareggio. Morì, o come denunciò subito il supertifoso Gino Villani «lo hanno fatto morire», al termine di quel campionato surreale che si sarebbe concluso soltanto il 7 giugno con la sfida dell’Olimpico e la vittoria del BFC per 2-0.
Perché ricordare ancora una figura come quella di Dall’Ara? Perché il suo trentennio ha pochi paragoni nella storia del calcio italiano ed europeo. Strano a dirsi, ma alla guida dei rossoblù arrivò quasi per caso: nel 1934, caduta in disgrazia la figura politica di Leandro Arpinati, il regime fascista doveva trovare un nuovo punto di riferimento per il Bologna Foot Ball Club. Fatto accomodare il presidente filo-Arpinati Gianni Bonaveri, la macchina del partito cercò un commissario straordinario ad interim in attesa di una scelta definitiva. Dalla lista di candidati uscì il nome di un imprenditore quarantaduenne, il reggiano Renato Dall’Ara, facoltoso industriale nel ramo della maglieria e degli alberghi, con interessi anche nella cosmetica e nel settore immobiliare.
Di calcio, per sua stessa ammissione, sapeva poco, ma accettò l’incarico a condizione che i suoi affari non ne avrebbero risentito. Destino volle però che appena salito a bordo vinse subito il primo trofeo, la Coppa dell’Europa Centrale del 1934. Quel successo mosse qualcosa nell’animo di Dall’Ara, che non solo s’appassionò alla nuova creatura, ma quasi senz’accorgersene entrò nella gloriosa epoca dello ‘squadrone che tremare il mondo fa’, quei sei anni irripetibili in cui il Bologna non ebbe rivali né in Italia né in Europa. Merito di alcune brillanti intuizioni dei collaboratori più stretti, che gli consigliarono di rivolgere i radar del calciomercato verso il Sudamerica, terra di conquista per talentuosi oriundi come Andreolo, Fedullo e Sansone. Ma merito anche dello stesso Dall’Ara, che in quegli anni plasmò il suo leggendario carattere da presidentissimo: tirannico nelle trattative contrattuali, munifico quando c’era da premiare qualcuno.
Dopo la guerra, capì subito che il suo ruolo avrebbe potuto costituire un problema per il club, e così giocò d’anticipo rassegnando le dimissioni, per poi riottenere l’incarico all’unanimità. Così si rimise in gioco inaugurando la seconda fase della sua presidenza, fronteggiando rivali imbattibili come il Grande Torino, la Juventus e le due milanesi, e ricostruendo mattone su mattone la squadra, la dirigenza, il rapporto con la città. Furono anni segnati da una frenetica alternanza di allenatori e da alcune stagioni frustranti, eppure Dall’Ara non perse mai di vista il sogno di far tornare grande il BFC, come lo aveva conosciuto negli anni Trenta.
Il campionato dello scudetto cominciò in sordina, con due pareggi che fecero mugugnare la tifoseria. Poi nove vittorie consecutive da novembre a febbraio issarono il Bologna al primo posto con l’Inter, inaugurando un testa a testa che si protrasse fino all’ultima giornata, passando per i mesi infernali di primavera, quando giocatori, allenatore e società furono accusati di aver fatto ricorso al doping sportivo. C’è chi giura che il cuore di Dall’Ara si sia arreso in quel momento. Quando il verdetto del campo, annullata la penalità per l’infondatezza di quelle accuse, stabilì che si dovesse andare allo spareggio coi nerazzurri, Dall’Ara si recò a Milano contro il parere dei medici per concordare i premi partita. Glielo avevano sconsigliato tutti, anche l’ex c.t. della Nazionale Vittorio Pozzo, suo amico personale. L’animata discussione negli uffici dell’Inter stroncò le ultime resistenze del suo cuore. Era il 3 giugno 1964, quattro giorni prima della partita della vita.

Luca Baccolini

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