Ci sono partite che valgono tre punti. E altre che valgono una stagione intera, anche se la classifica, distrattamente, le sistema a metà pagina come se fossero pratiche d’ufficio. Bologna-Udinese, in un anonimo lunedì di fine febbraio, è una di quelle gare che non fanno rumore finché non le giochi. E quando le hai giocate, ti accorgi che hanno spostato l’asse del tuo campionato.
Alla luce dei risultati del weekend, il cammino rossoblù è sospeso in un equilibrio mai stato così sottile: un passo deciso può riaprire almeno in parte ipotetici scenari che fino a qualche settimana fa, nel pieno della crisi, sembravano impensabili; un inciampo può sedimentarti nel corridoio grigio del centroclassifica, ora rimpolpato di nuove concorrenti. Il settimo posto resta complicato, certo, ma non è totalmente un’illusione ottica. E in una stagione in cui quel piazzamento potrebbe valere l’Europa (se una delle prime sei dovesse alzare la Coppa Italia, dunque ad oggi non la Lazio), ignorarlo sarebbe autolesionistico.
Il punto è che il BFC non è lontano solo per una questione di numeri, ma di centimetri lasciati per strada. Con qualche sforzo in più, con una manciata di minuti gestiti meglio, con uno o due episodi girati diversamente (i gol quasi allo scadere di Messias e Ordoñez, e prima ancora quello di Baturina), ora si potrebbe guardare la classifica e leggere il nome dei felsinei poco sotto quello dell’Atalanta. Non è un’iperbole consolatoria, ma la fotografia di un campionato in cui, tolte due o tre certezze, abbondano le mezze misure. In mezzo a tanta mediocrità, la differenza tra restare nel gruppo e staccarsi non è più strutturale ma caratteriale.
Bologna-Udinese diventa quindi una nuova prova di maturità. Vincere significherebbe dire che l’obiettivo non è vivacchiare ma competere, restare sul pezzo. Perdere o anche solo pareggiare rischia invece di produrre l’effetto specchietto retrovisore: guardare persino Parma e Cagliari avanzare verso di noi. E temere il loro sorpasso.
Attenzione, comunque, perché la squadra di Runjaic non è un’avversaria ornamentale. È concreta, spigolosa, abituata a rendere scomode le partite. Se però vuoi dimostrare di poter ambire a qualcosa di più, devi superare quelle compagini che ti somigliano per classifica ma non per ambizioni.
Il Dall’Ara, in queste serate, misura l’umore della città. Sa distinguere tra una squadra che semplicemente gioca e una che vuole riaprire scenari. La differenza è sottile ma percepibile: sta nell’intensità di un recupero, nella fame su un pallone vagante, nella voglia di rischiare qualcosa in più quando il pareggio sembra accettabile, o il male minore.
In fondo, il confine tra una stagione ‘così così’ e una da ricordare passa spesso da una serie di novanta minuti apparentemente ordinari. Sta al Bologna di Italiano scegliere se restare nel mucchio o provare a prendersi quel posto che, con un filo di furbizia in più, poteva già essere suo.
Luca Baccolini
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Foto: Alessandro Sabattini/Getty Images (via OneFootball)



