Svezia, Macedonia del Nord, Bosnia-Erzegovina. Giampiero Ventura, Roberto Mancini, Gennaro Gattuso. Carlo Tavecchio, Gabriele Gravina, Gabriele Gravina. Messi in fila i nomi di chi ci ha eliminato in questi dodici anni, a impressionare più di tutto è l’unico che si ripete e che ancora non si è dimesso.
Sentir invocare una rivoluzione ha sempre il suo fascino. Rischia però di essere farsesco se a chiederla è chi è al potere e finora non fatto alcunché per cambiare le cose.
Il pallone nostrano è in crisi da più di un trentennio. A certificarlo sono i risultati sportivi, i bilanci economici e il panorama strutturale. Il carattere italico ci ha permesso di nascondere le lampanti magagne nell’emergenza più totale. Abbiamo vinto l’ultimo Mondiale dopo lo scoppio di Calciopoli e con un commissario (il marziano Guido Rossi) a capo della Federazione nel 2006, e un Europeo in mezzo alla pandemia di COVID in casa di chi il football lo inventò e lo voleva riportare a casa. Avere tutti contro o sentirsi eroi cementa l’azzurro più di qualsiasi altro colore.
Imprese sportive che hanno accecato chi non ha voluto vedere la realtà di un sistema corrotto, malato, cinico, senza idee e classe dirigente. L’orticello della Serie A si è seccato (il flop in Champions League, che non vinciamo dal 2010, lo certifica) e l’erba del vicino è rimasta più verde solo grazie a plusvalenze fittizie e un circoletto di proprietà indebitate.
A vent’anni dal 2006 e da quel terremoto che doveva spazzare via tutto, Luciano Moggi è stato riabilitato, Adriano Galliani e Claudio Lotito sono senatori, FIGC e Lega Calcio hanno cambiato nome ma sono sempre sottoposte alla politica e ai diktat di presidenti che continuano a speculare sulla passione – sempre più in calo – dei tifosi.
Per non parlare di un settore arbitrale allo sbando, pieno di indagati e di tecnologia usata per favorire sempre i potenti.
L’ipocrisia di chi ricorda «la generazione Z che non ha mai visto l’Italia ai Mondiali» va di pari passo col prendersela coi «troppi stranieri» in Serie A e nei settori giovanili. La globalizzazione del pallone porta a giocare ovunque e gli italiani in giro per il mondo sono pochi ma ci sono, basterebbe solo considerarli.
Anche rimpiangere il ‘catenaccio’, considerato l’imprinting culturale rinnegato negli anni (Arrigo Sacchi, indiziato principale, proprio ieri ne ha compiuti 80) è fuorviante: la Germania da vent’anni gioca un calcio d’attacco sconosciuto ai panzer del secolo scorso.
E allora, invece che fingere una rivoluzione, servirebbe ripartire proprio da ciò che non è avvenuto nel 2006: fare i conti con un sistema clientelare e chiuso, incapace di aprirsi e rinnovarsi. Dal bando TV alla costruzione degli stadi, tutto è rimasto immobile e in mano ai soliti noti e potenti.
Serve poi mettere assieme qualche idea (e ce ne sono, specie a livello di base) e qualche dirigente capace sul campo, non a ‘smacchiettare’ bilanci, sebbene con l’intelligenza artificiale.
Le uniche piccole cose che hanno funzionato in questi anni sono le seconde squadre under 23 in Serie C e la crescita del movimento femminile. Le Nazionali giovanili (martedì la squadra del reprobo Silvio Baldini ha battuto la Svezia 4-0 fuori casa con doppietta dello sconosciuto – ai media italiani – Luca Koleosho) vanno molto meglio dei ‘grandi’ perché qualcosa è stato fatto a livello di reclutamento.
Promuovere chi sta lavorando in questi settori è il primo passo per risalire dal baratro.
Il pallone continuerà a rotolare lungo tutto lo Stivale. E nonostante Sinner, Antonelli, Bezzecchi, Brignone, l’Italvolley e la nuova vita dell’Italrugby, resterà lo sport nazionale. Ma già ‘copiare’ metodi organizzativi, d’allenamento e di gestione della pressione dagli ‘sport minori’ porterebbe frutti. Per far giocare i giovani in Serie A, invece, c’è bisogno anche di una norma che incentivi i settori giovanili con premi e facilitazioni: a scriverla non serve uno della Bocconi, basta un bravo dirigente di provincia.
Spunterà così un nuovo Baggio o un nuovo Totti? Forse. Ed è più probabile che sia femmina. Di sicuro non si butterà per terra al primo tocco o non darà la colpa all’arbitro di turno.
Massimo Franchi
© Riproduzione Riservata
Foto: Getty Images (via OneFootball)



