Un anno senza stadio, un anno senza Bologna

Un anno senza stadio, un anno senza Bologna

Era il 29 febbraio, il giorno in più dell’anno bisestile. E dovevamo capirlo che sarebbe stata una giornata storica. All’Olimpico tirava vento, Sinisa veniva accompagnato e osannato sotto la Curva Nord, nel settore di fianco spiccava un uomo con la mascherina da tutti additato e sbeffeggiato: «Ma guarda quello!». Due gol presi, due gol annullati dal VAR (mi ricordo che dopo il secondo esultai gridando provocatoriamente all’arbitro: «Dai, vai a rivedere anche questo…»), record di vittorie della Lazio che si issava al primo posto superando per un giorno la Juventus.
Un anno fa. È stata l’ultima volta in uno stadio, per me e per altri 500 tifosi rossoblù in Curva Sud che solo un mese prima in quella opposta avevano festeggiato una prestazione mostruosa, con la Roma annichilita sotto i colpi di Barrow.
Poi è arrivato il COVID. E anche per i biancocelesti c’è stato poco da festeggiare.
Nel frattempo il mondo è cambiato, e così il calcio. A parte quei mille medici e infermieri (più ospiti degli sponsor) che sono riusciti ad entrare a settembre, i nostri stadi sono rimasti desolatamente vuoti. Le curve sono piene di pubblicità e qualche striscione (quel ‘Ci mancate’ in Andrea Costa è il più bello), per il resto solo telecamere, panchinari, dirigenti e qualche addetto ai lavori.
Tutti giustamente a dire: «Senza pubblico non è calcio», ma intanto si gioca e ci si abitua all’andazzo.
Vedere gli Australian Open di tennis con le tribune gremite e qualche partita di basket in Russia con palasport mezzi pieni fa salire un’invidia che fra poco accomunerà Israele (ma non la Palestina), Stati Uniti e Asia. Ieri Boris Johnson ha annunciato la riapertura a tappe in Inghilterra: gli stadi saranno i penultimi, dal 17 maggio, con 10 mila tifosi per l’ultima giornata di Premier League e la finale di FA Cup.
E da noi? La campagna vaccinale è l’unica arma per un ritorno alla normalità. Siamo indietro come tutta l’Unione Europea per il semplice fatto che i vaccini non li produciamo. Quindi torneremo dopo gli altri: difficile che gli stadi italiani riaprano prima della fine del campionato, un’altra stagione andrà persa.
Ma, toccando ferro, torneremo. E sarebbe bello che da questo lungo incubo ci risvegliassimo tutti migliori. Per noi tifosi tornare dovrà essere una festa in cui voler bene al Bologna e fregarsene degli altri, portando allo stadio soprattutto i bambini, che ormai non riescono a guardare una partita intera in TV perché abituati a video di 15 secondi. Per i giocatori significherà tornare a sentire il pubblico, a emozionarsi per la maglia che indossano.
Sarà un calcio con meno soldi e chissà che questo non porti un po’ più equità e di lotta non più impari. Un calcio senza razzismo, senza ululati, solo tanti cori per i propri colori.
Sarebbe bello che anche il VAR fosse usato con raziocinio, solo per pochi e definiti casi.
E allora potremmo dire: beh, se proprio dovevo scegliere un campionato in cui non andare allo stadio, non è andata così male. L’anno prossimo ci divertiremo, saremo più forti, Saputo qualche soldino lo investirà e non potremo essere più sfigati di così tra errori arbitrali e infortuni.
Utopia? Forse. Però se non cambiamo stavolta, non cambiamo più.

Massimo Franchi

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