Pecore, foche, vulcani e mitologia: viaggio nell'Islanda di Baldursson

Pecore, foche, vulcani e mitologia: viaggio nell’Islanda di Baldursson

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L’unico evento peggiore del lockdown, a memoria di compagnia aerea, non fu la serie di attentati islamici d’inizio anni Duemila ma la funesta eruzione del vulcano Eyjafjallajökull, quella che nel 2010 costò qualcosa come 200 milioni di dollari al giorno all’intera economia dell’aviazione. A causa della sua esuberanza vulcanica, l’Islanda è tornata da allora a far parlare di sé nel mondo. Quando il mostro si svegliò, fece respirare le sue ceneri all’intero emisfero boreale, Siberia compresa. Il traffico aereo ne risentì per oltre un mese, tra voli cancellati e atterraggi dirottati. Problemi che non riguardavano Andri Fannar Baldursson, che all’epoca aveva soltanto otto anni e non pensava ancora a prendere gli aerei, e tantomeno a controllare l’andamento dell’economia nazionale, che proprio in quegli anni stava condannando l’Islanda alla più grave crisi finanziaria della sua breve storia di Paese libero.

Fonte: focus.it

I suoi genitori, però, qualche timore per il loro erede dovevano averlo, sapendo che ogni grossa eruzione in quelle terre porta con sé il rischio di contaminazione dell’ambiente, dalle falde acquifere ai foraggi per gli animali. Nel 1783, quattro quinti delle pecore islandesi morirono a causa dei fluoruri immessi in atmosfera dall’eruzione del Lakagígar. E dopo le pecore, toccò agli uomini: la carestia che ne derivò fu il motivo della morte di oltre 10.000 persone. In un anno, la popolazione islandese ritornò sotto le 40.000 persone, poco più degli attuali abitanti di Kópavogur, la città natale del nostro Baldursson, un sobborgo distante appena dieci chilometri dalla capitale Reykjavík.

Pecore in Islanda

Fonte: thetripmag.com

Nonostante sia in sostanza una città satellite, Kópavogur batte una sua bandiera comunale, recante una foca stilizzata: il nome tradotto dall’islandese, infatti, suona più o meno come ‘baia della piccola foca’, perché sulle spiagge che guardano l’Atlantico verso Terranova (il Canada, in linea d’aria, dista appena 2.300 chilometri) amano svernare e procreare intere colonie di foche, ignare del fatto che la loro città d’elezione è gemellata con Wuhan ed è anche quella con la più alta concentrazione di italiani in Islanda. Controllare il numero di pizzerie per credere.

Kópavogur

Fonte: it.smarttravelapp.com

A livello sportivo, invece, a Kópavogur le alternative si stringono tra il football, l’hockey e il calcio (sono ben due le squadre professionistiche di un centro abitato che non supera i residenti di San Lazzaro). Non avendo un fisico da lottatore, Baldursson ha sempre puntato tutto sul pallone rotondo, entrando a far parte del Breiðablik (che significa ‘ampio splendore’) e parallelamente delle giovanili della Nazionale islandese, dall’Under 16 ai senior.

Kópavogsvöllur Stadium Breiðablik

Fonte: astroturf-eu.com

Forse il fatto di essere un millennial gli avrà fatto vivere col giusto disincanto sapere che il suo nome contiene la radice ‘Baldr’, una divinità norrena bella come il sole, con capelli candidi più della neve. Un Apollo vichingo. Il suo mito sembra però riecheggiare quello di Achille e del suo vulnerabile tallone. Figlio di Odino e di una semidea, Baldr godeva di una speciale immunità da qualsiasi oggetto lo potesse ferire. Tutte le cose del mondo avevano giurato di non arrecargli danno, tutte tranne il vischio. E così Loki, l’ambiguo dio dell’astuzia, pose in mano al fratello cieco di Baldr un ramoscello di vischio, convincendolo a scagliarlo con forza addosso all’inconsapevole vittima. Per fortuna di Mihajlovic, il Baldursson moderno non sembra così sensibile agli urti.

Balder

Fonte: mitologiantica.com

Luca Baccolini

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Foto copertina: Imago Images