I re del gol rossoblù, 2^ puntata: Beppe Savoldi

Nella storia del calcio sono rimaste scolpite alcune prodezze leggendarie, pietre miliari di rara bellezza che possono permettere solo un’imitazione, non un confronto: la rovesciata di Marco Van Basten, la punizione di Roberto Carlos, la serpentina di Diego Armando Maradona, il cucchiaio di Francesco Totti, la pennellata di Roberto Baggio. Sono esistiti poi diversi specialisti di un gesto tecnico forse da molti considerato il più semplice, quando invece rappresenta un concentrato di tecnica, coordinazione, potenza e precisione: il colpo di testa. I maestri dell’incornata si contano sulle dita delle mani, non molti gol di questo genere sono entrati nell’immaginario collettivo.

Pochi secondi, la palla viaggia verso il centro dell’area di rigore ed esiste un solo punto dove poterla impattare per mandarla in rete. La scelta di tempo è fondamentale, il resto è l’arte del campione, che prima del difensore e del portiere ha già capito dove la sfera si sta dirigendo, e ha già deciso dove andrà a spegnersi. In mezzo, ed è questa la vera abilità, lo stacco aereo: la capacità di alzarsi da terra e rimanere sospeso a mezz’aria, col pubblico astante che trattiene il fiato in gola. Catturare quell’attimo in una fotografia è un’emozione che pochi possono dire di aver provato.

Cinquant’anni fa il Bologna vide apparire un giocatore capace più di ogni altro di rubare il tempo agli obiettivi: partiva il flash e lui era lì, ad un passo dal cielo, a spingere la palla in gol: Giuseppe Savoldi, ai più noto come ‘Mister 2 miliardi’ (la cifra con cui passò dai felsinei al Napoli, grazie ad un vero ‘colpo di testa’ del patron napoletano Corrado Ferlaino), che nei suoi sette anni emiliani (conditi da ben 140 reti, quarto miglior marcatore rossoblù di sempre) volò sopra tutti.

Pazzesca elevazione di Beppe Savoldi durante Bologna-Sampdoria del 17 febbraio 1974

«Da giovane giocavo a basket nella squadra della mia città, l’A.L.P.E. di Bergamo – racconta a ZO –. Ero bravo, ma capii che nel calcio avrei avuto più fortuna. Partecipai a tornei prestigiosi con le squadre più blasonate d’Italia, che si trovavano quasi tutte in Lombardia: Milano, Varese e Cantù. In quegli anni imparai il terzo tempo: sinistro, destro, salto e tiro. Mi è tornato poi molto utile negli anni a seguire, saltavo quasi ad un metro da terra».

Savoldi fatica a trovare tra i calciatori di oggi qualcuno capace di tali prodezze, e quando si fa riferimento ai campionissimi, in primis Cristiano Ronaldo, risponde divertito: «Hanno contato che lui salta 85 centimetri dal suolo, ma io ne saltavo almeno dieci in più». Non ci credete? Guardate qualche foto delle sue partite, quel gesto tecnico va oltre ogni immaginazione.

Così debuttò nell’Atalanta a soli 18 anni, segnando la sua prima rete da professionista il 29 agosto 1965 contro il Verona in Coppa Italia: la società orobica aveva già un certo fiuto per i nuovi talenti… Quella stagione si chiuse con poche presenze (complici le difficoltà del club e l’avvicendarsi di diversi allenatori) e appena 4 gol, ma tra la fine del campionato successivo e la stagione 1967/68, sotto la guida di mister Stefano Angeleri, Beppe si impose come centravanti titolare, ripagando la fiducia prima con 5 reti e poi con 12. A soli 19 anni era in rampa di lancio, tra i migliori della sua generazione, e diverse squadre gli avevano già messo gli occhi addosso.

Beppe Savoldi (terzo in piedi da sinistra) con l’Atalanta nella stagione 1965-1966

L’Atalanta cedette alle lusinghe del Bologna, vendendolo in cambio di 175 milioni di lire e l’attaccante Sergio Clerici. Era il 1968, e il 21 enne Savoldi si presentava al Dall’Ara col patentino di bomber. «A Bologna si viveva benissimo – ricorda ‘Beppegol’, soprannome coniato dai tifosi rossoblù – e mi ambientai in poco tempo. Quel Bologna, poi, mi regalò molte soddisfazioni. Segnai tanti gol, ma se devo pensare ad uno che conservo con orgoglio è sicuramente quello realizzato il 10 giugno 1970 contro il Torino nel match decisivo di Coppa Italia, che poi vincemmo. Anzi, i gol quel giorno furono due». Il bis andò in scena nella finale del 23 maggio 1974, avversario il Palermo: rigore trasformato al 90′ per il vitale 1-1 e anche nella lotteria conclusiva, in cui il BFC ebbe la meglio per 4-3 sollevando di nuovo il trofeo. Nel mezzo, anche il ‘timbro’ sulla Coppa di Lega Italo-Inglese 1970 vinta in casa del Manchester City.

Beppe Savoldi (quarto in piedi da sinistra) col Bologna nella stagione 1967-1968

Nella stagione 1974/75, la sua settima, in occasione della sfida casalinga contro il Napoli accadde uno dei più celebri episodi di calciomercato. Il patron partenopeo, innamoratosi a prima vista del gioiello rossoblù, chiese quasi per sfida al presidente Luciano Conti: «Quanto costa Savoldi?». «Due miliardi», sparò il collega bolognese per vederne la reazione. Con sua grande sorpresa, questi gli allungò la mano per chiudere l’affare. Il colpo del secolo, nessun giocatore era mai stato pagato tanto. Ma alla fine della stagione mancava ancora tanto e le polemiche per quella cifra spropositata investirono entrambi i club e l’incolpevole Savoldi, che decise dunque di isolarsi tra le colline di Monghidoro, ospite dell’amico Gianni Morandi.

Beppe Savoldi sovrasta i difensori avversari durante Torino-Bologna del 16 marzo 1975

Anche a Napoli Beppe gonfiò la rete parecchie volte (77 in totale) e diventò l’idolo del pubblico. Dopo quattro annate coronate dalla terza Coppa Italia (sua competizione prediletta), fece ritorno – forse per un debito di gratitudine – a Bologna, dove rimase per una sola stagione andando ancora una volta in doppia cifra. Alla fine rientrò nella squadra che lo aveva lanciato, l’Atalanta, e lì chiuse la carriera da calciatore.

In Serie A mise a segno 169 gol (di cui molti di testa), cifra che lo piazza nella top 20 all-time del massimo campionato. A distanza di circa cinquant’anni, va detto, uno che saltasse così (va tenuto a mente che Savoldi è alto 175 cm, non certo un colosso) non si è più visto in Italia. Eppure, come capitato a Gino Pivatelli, Savoldi in Nazionale non ebbe lo stesso successo. Ma la spiegazione qui è semplice: «Ho giocato in un’epoca in cui di attaccanti forti ce n’erano tanti: Graziani, Pulici (con cui nel 1973 vinse una classifica cannonieri, a braccetto anche con Rivera ma con meno rigori calciati, ndr), Pruzzo, Bettega, Rossi… Per il c.t. Bearzot scegliere non era certo facile e io, che giocavo anche in club meno reclamizzati di Juventus e Torino, rimasi sempre una seconda scelta».

Abbraccio tra Beppe Savoldi e Paolo Rossi prima di Napoli-Vicenza del 18 febbraio 1979

Appesi gli scarpini al chiodo, ‘Beppegol’ visse prima una seconda vita da allenatore di provincia e in seguito da commentatore televisivo, ruolo che ha ricoperto per dieci anni a Sky: «Mi piaceva quel lavoro – racconta –, perché mi faceva sentire ancora parte del mondo del calcio. Ho seguito il Napoli dall’inferno della Serie C fino alle coppe europee».

Guardando il calcio di oggi, Savoldi sostiene che si debba ritornare ad un calcio meno ragionato e più arrembante, incentrato più sul talento che sulla tattica. «Credo che il Bologna faccia bene ad affidarsi a Soriano, un grande talento di cui apprezzo anche il numero sulla maglia, il 21, a cui sono molto affezionato. Senza un centravanti vero però si fa fatica, per questo chi ha una punta di primo livello comanda le partite e la classifica». E se lo dice lui, c’è da crederci.

Beppe Savoldi nella sua casa di Bergamo

Giuseppe Mugnano

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