Quando vince la Nazionale: eccessi e contraddizioni colorati d'azzurro

Quando vince la Nazionale: eccessi e contraddizioni colorati d’azzurro

«Non ho niente contro Dio, è il suo fan club che mi spaventa». Se guardasse le immagini dei festeggiamenti di piazza per la Nazionale italiana, Woody Allen potrebbe ripetere la stessa frase, aggiornandola ai fatti degli ultimi giorni. Cerco di andare indietro con la memoria alle finali conquistate dall’Italia negli ultimi trent’anni (1994, 2000, 2006 e 2012), ma oltre qualche carosello di clacson e qualche bandiera legata con lo scotch ai parabrezza delle auto non riesco a ricordare. Oggi invece i nostri telefoni si riempiono di incidenti, atti vandalici, teppismo spicciolo, spacconerie assortite.
Si tratta dell’effetto megafono dei social, di rabbia repressa per un anno di lockdown, o questo tipo di festeggiamento belluino è sempre esistito? Difficile saperlo. Ma una cosa è certa: se i giocatori azzurri e la Federazione avessero cominciato a fare appelli alla moderazione, anziché discutere su gesti di denuncia sociale che avevano potenza iconica solo mezzo secolo fa (e solo grazie al fatto che non erano annunciati), forse a quest’ora avremmo qualche ferito in meno negli ospedali.
Certo, direte voi, i meriti di Barella, Spinazzola, Jorginho e compagni non devono essere intaccati da centocinquanta dementi sparsi in giro per lo Stivale. Però c’è qualcosa di più: forse è proprio vero che un anno e mezzo senza stadi ha riportato violenza e maleducazione là dove si sperava di averla sradicata, ovvero la strada; non è dimostrabile, ma è facilmente intuibile immaginare che mesi di astinenza da gradinata abbiano compresso gli istinti più semplici, che ora riaffiorano come geyser alla prima occasione buona.
Fatico a immedesimarmi nel coro di osanna, in questo baraccone che fa tutt’uno tra gli urli in televisione e quelli in piazza, tra la retorica del «vogliamoci bene» e il rider preso a calci a Cagliari mentre tentava di consegnare una pizza, tra l’idolatria del tricolore e l’odio latente per il vicino di casa. E fatico soprattutto a capire la logica secondo la quale un Bonucci che veste bianconero è Satana in persona, mentre ricoperto d’azzurro diventa uno degli eroi da abbracciare attraverso il piccolo schermo.
Forse non bisognerebbe arricciare il naso, quando la squadra del proprio Paese arriva a giocarsi una finale. Ma provateci voi a sentirvi italiani oggi, dopo due settimane di libertà e con alle spalle sei mesi di coprifuoco, di appelli paternalisti e colpevolizzanti da parte dei rappresentanti di Stato, di richieste di sacrifici immotivate, di sprezzo sistematico della funzione della cultura e dello spettacolo (eventi sportivi compresi). Forse non è il momento migliore per rispecchiarsi in una Nazionale che pur sta dimostrando di giocare come non si vedeva da anni. Il problema è che fatta la Nazionale, Mancini dovrà fare anche i suoi tifosi: a guardarli in azione in queste ore, non sarà affatto semplice.

Luca Baccolini

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