Frammenti del Solferino e del Mirasole Grande - Elegia in sette movimenti (Terzo movimento: La corsa)

Frammenti del Solferino e del Mirasole Grande – Elegia in sette movimenti (Terzo movimento: La corsa)

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«Certi rischi sono troppo interessanti per resistere». [Francis Urquhart]

Màppede Budellacci in quei giorni correva in motocicletta e Mauro Baccilieri gli faceva da ‘secondo’; anzi, detta come va detta, sarebbe stato più giusto che queste vicende le avesse raccontate Baccilieri stesso che ci era nato dentro, se non fosse stato per la pigrizia mortale che lo paralizzava, più perniciosa ancora della mia. E poi anche perché, quando scriveva, Baccilieri sopiva i suoi lampi di protervia per nascondersi dietro un personaggio che manco a dirlo aveva chiamato ‘lo straniero’.
Io so la mia vicenda, che venendo di campagna incontrai questa gente della torva città, che sembrava aver vissuto tutte le vicissitudini di questo mondo, e da allora non potei più appartenere né ai miei avi montanari, né alla pianura paciosa e sorniona e in definitiva neanche alla città né a nessuno.
A quell’epoca avevo cominciato a fermarmi a Bologna, anche di notte e anche per settimane, con la scusa di studiare coi miei compagni di scuola, e poi andare con questi nuovi amici dove c’erano le ragazze, allo Sporting, al Vallereno e, quando qualcuno riusciva a farsi prestare una macchina, via lontano, per esempio alla lucciola di Castel d’Aiano. Ma non di rado si bighellonava, come giocare a biliardo, oppure c’era ‘sta storia delle corse in motocicletta cui io non avevo il minimo interesse pur subendone il fascino come potenza a me inaccessibile. Neanche Mauro guidava la motocicletta e credo non abbia mai pilotato alcun mezzo meccanico, ma il caso volle che fosse bravissimo a fare da ‘secondo’.
Calcisticamente era l’anno con la Juve in calando, dopo l’abbandono di John Charles, mentre noi del Bologna avevamo i nostri problemi con Santarelli.
La prima sera al Miramonte fu quella della corsa giù per l’Osservanza.
Màppede Budellacci era privo dell’occhio sinistro e ci vedeva poco anche da quello destro perché era rimasto sotto uno di quei bombardamenti in tempo di guerra, del cui rimbombo lontano mi aveva parlato in casa e una scheggia lo aveva preso in fronte. Poi era figlio di nessuno: Forse d la Maria, forse d l’Ernestina. Neanche l’Anita d’i can che lo teneva in casa era sua madre; e Màppede che aveva dieci anni più di noi, poteva trovare un minimo di sicurezza solo coi più piccoli. Baccilieri lo aveva soprannominato Un occhio, il capobranco, con mia piena approvazione, trovandomi a bazzicare con un lettore dalle mie stesse inclinazioni. Fatto sta che al pilota Budellacci era indispensabile un secondo quando curvava a sinistra.
Ma Baccilieri quella sera aveva dell’altro da fare, come spesso gli capitava, e così si decise che il ‘secondo’ per orientare le curve di Màppede dovevo essere io, l’unico che non sapeva guidare.
Quello che ancora non sapevamo era che i venditori dell’agenzia libraria di via d’Azeglio, lo stesso giorno avevano indetto una scommessa. Con le provvigioni di una vendita a tappeto di enciclopedie Conoscere, avevano pagato l’anticipo per comprare ognuno una recentissima automobile Triumph Spitfire. Tre Spitfire bianche pomposamente una dietro l’altra, non so se ve lo potete figurare. L’intento era quello di poterci scorrazzare un mesetto e poi di renderle alla scadenza della prima rata. Non contenti ci avevano fatto su una scommessa: si trattava di avere il fegato di lanciarsi alternativamente ‘al buio’ attraverso l’incrocio tra i viali e san Mamolo e giù per d’Azeglio… fidando che non passasse nessuno.
Intanto i miei amici del Solferino avevano presentato le moto. Non c’era la definizione di una classe, quelle meno potenti partivano davanti, poi ognuno fidava sulla propria capacità e sulle caratteristiche complessive del proprio mezzo, che in qualche modo era sempre «migliore di quello degli altri». Menarini che era il più ricco aveva la Gilera Saturno di suo padre. Budellacci che lavorava alla Calzoni di via Emilia Ponente si era comprato una MV Agusta 250 che però ogni qualche chilometro bisognava fermarla se no grippava il motore. Prima rimasi impressionato quando Moreno arrivò col Guzzi Falcone di suo zio. Sembrava che quel rosso animale meccanico con pistone e volano avesse un cuore pulsante. Sembrava che quel cuore fosse così bello e possente da presentarsi all’antico porticato del Solferino depositando una sentenza: io e voi siamo qui nel tempo, noi siamo il tempo. Poi arrivarono rombando quelli degli altri quartieri e l’urlo degli scappamenti sembrò sollevare l’intero porticato dalle fondamenta. In una sorta di esaltazione, nelle mie conoscenze musicali radiofoniche, pensai allora alle Valchirie di Wagner, pensai anche che stavo partecipando mio malgrado a una grande violenza. I portoni delle case si aprirono. La gente si affacciava alle finestre. La carovana ebbe fretta di partire per sfuggire alla collera dei residenti.
A dire la verità, non sapevo neanche di preciso quale fosse il percorso. Si partiva in Tovaglie, si passava in d’Azeglio, si usciva in San Mamolo, si saliva all’Osservanza poi si riscendeva e da Mura Castiglione si andava prudenzialmente giù per gli scalini del Miramonte, suprema abilità del pilota, e di nuovo in Tovaglie. Il mio compito era di indicare con un urlo da dietro al semicieco Màppede cosa ci fosse sulla sinistra, tenuto conto che anch’io ero miope e astigmatico.

«Accompagnami quando mi piego», mi aveva istruito Budellacci. E io aggrappato a lui mi sforzavo di accompagnarlo.

«‘Ggné ‘nción!». «Non c’è nessuno!». E lui curvava a sinistra.

Dopo un giro che non ci ho capito niente, strabalzando anche per gli scalini del Miramonte, mentre sbuchiamo ancora in d’Azeglio, per andare a sinistra, vedo il muso basso di uno Spitfire che viene a palla dalla parte di San Mamolo e faccio appena in tempo a urlare a Màppede: «Vai drittooo!».

Noi ruzzolammo dall’altra parte sotto i portici e lo Spitfire con tremendo fracasso planò sui bidoni del rusco che si rovesciarono da tutte le parti. Ero angosciato ma contento di essere intero, a parte i pantaloni stracciati, che non era poco, un ginocchio sanguinante e le mani strinate. Màppede bestemmiava senza ritegno ad alta voce, quando arrivò la pulla che aveva visto tutto, e come Dio vìndice accostò silenziosa con la ‘pantera’ 250 GTE. Quelli delle altre moto scapparono via. A noi del quartiere e quelli delle Triumph ci portarono in Questura. Quello dello Spitfire rovinato sui bidoni del rusco, ricordo con precisione che si qualificò con una certa arroganza dichiarando: «Sono Pentangelo Cosimo!». Lui lo misero subito in guardina. A me invece, uno che era di sicuro un graduato mi disse:

«Lei mi sembra un bravo studente, vada a casa e veda di rigare dritto, altrimenti le seghiamo le orecchie!».

Fu abbastanza buffo che l’idea di tirar dritto, prima, nello spavento, mi aveva forse salvato la pelle. Poi, nella benevolenza del poliziotto, salvò di sicuro il mio soggiorno nel Solferino.

Bombo

Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, istituzioni, luoghi ed episodi sono frutto dell’immaginazione dell’autore e non sono da considerarsi reali. Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari, è del tutto casuale.

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