L'uomo dal filotto in tasca

L’uomo dal filotto in tasca

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Scrissi questo pezzo circa vent’anni fa e lo proposi da leggere a Mauro Baccilieri durante una colazione da Trebbi in tardissima mattinata. Il tipo di umanità che era stata espressione dei borghi popolari bolognesi era già passata in giudicato e io, che l’avevo sfiorata, mi ero riproposto di celebrarne l’epopea con una serie di racconti.
Mauro pasteggiava col suo preferito menù: mezza di polpette e un Baby. Ruminate le polpette e la lettura, tra uscite sardoniche e toni concilianti, Mauro rilevò, con orecchio esercitato, che quel periodare non gli suonava poi così originale, e tuttavia concesse a suo buon cuore che si trattasse comunque un bell’esercizio di poesia sul tempo che passa.
«E come lo dobbiamo intitolare secondo te?», gli chiesi.
Lui conosceva il Carletto meglio di me, per cui rincarò esilarato la dose di aneddoti noti, riverberandoli in accessi di tosse e puntate in dialetto finché, sorbito d’un fiato il suo Baby, non se ne uscì con la seguente trovata: questo racconto scherzoso era in realtà una tragedia, perciò andava caricato con l’epica.
«lo intitolerai», mi disse, «l’uomo dal filotto in tasca».

L’uomo dal filotto in tasca

A chi volesse incontrare Carletto Braccio d’oro, prima che il sipario con un palpito (impercettibile ai più) si chiuda sull’ultima genia noverabile di questa porzione di mondo, io passerò l’indirizzo della sala corse cui egli devolve la pensione sociale, ove ad uso dei più giovani passa i giorni ancora vaticinando su cavalli e accoppiate vincenti regolarmente sbagliati per un soffio, e dove incurante racconta le gesta di quando rovesciava il castello.
Perché ci fu un giorno in cui il sole era lo stesso sole (questo bisogna pur ammetterlo), ma diversi, dovrete convenire con me, il colore del cielo e i suoni delle strade e il colloquiare della gente e gl’imperativi e i modi di fare; e molti dei lettori c’erano già, da qualche parte, ed altri con l’alea non erano stati ancora gettati, ed altri c’erano e più non sono.
Era sorto un giorno, dicevo, in cui sembra che Carletto volesse fidanzarsi in casa; e questo avvenne molti anni prima che io lo conoscessi, cioè intorno a quando si guadagnò il nomignolo di Braccio d’oro, certo per la sua abilità prodigiosa di ‘fare filotto’, ma è controverso se prima o dopo il film di Frank Sinatra: resta ancora un dubbio se spetti ad Hollywood oppure a Bologna la primazia di annoverare tra i propri concittadini un uomo così nominato.
La pur felice prospettiva, tuttavia, finì con l’incombere di infausti presagi, e per questo a Carletto furono suggeriti giusti comportamenti, quelli che meglio potessero aggirare fastidiosi ostacoli ad apporre il suggello al nuovo amore. Lui del resto era un ragazzo vivacissimo e simpatico, pieno di trovate e d’improvvise risate, e vestiva di un’eleganza tutta sua, vale a dire un po’ appariscente, cosa che non era certo di per sé impedimento a prospettive di buona riuscita. Ma c’erano altre regole che Carletto doveva tenere presenti e, se si poteva stare tranquilli sul fatto che sarebbe stata rispettata l’opportunità,  per esempio, di  lusingare in mille modi la madre della futura fidanzata, così come non sarebbe andata disattesa la raccomandazione a che non venissero pronunciate frasi sconvenienti (giacché Carletto, quando voleva, sapeva comportarsi bene), altro discorso si profilava attorno alla necessità di convincere il padre di lei che abitava di qua dal Solferino, nella più rispettabile Savenella: a questo fine, cruciale sarebbe stato il poter dimostrare di trovarsi in possesso di una buona posizione economica, diciamo di un lavoro sicuro, che prospettasse serenità d’avvenire.
Al punto delicato gli amici prestarono particolare attenzione, tanto che fu chiesto l’espresso parere di Sonno Il regolare. Già allora Sonno riscuoteva larga stima tra il Manzoni e lo Zeta Bar: riservato, dice Mauro Baccilieri che «non stava sempre lì» come tutti gli altri. Sonno conduceva una vita propria che nessuno conosceva, ma quando c’era «era». E Sonno fu puntiglioso ed insistente, addirittura ancor più di quanto non lo sarebbe stato anni dopo, allorché si trattò invano d’istruire Carletto sulla disgraziata conduzione dell’atàc al Genovese, perpetrato da Bertino Pelagatti.
Dunque Carletto la sera fatidica si mise tutta la brillantina che aveva visto luccicare sui capelli ondulati di Rossano Brazzi e si rimirò la giacca e la cravatta per cui Slim Il lungo, il ‘gorizianista’, lo aveva accompagnato da Donati in Via Rizzoli e da Adamo sotto il Pavaglione. Sonno gli disse:

«T’î un pô burâz mó t vè bàin l’istàss».

In casa della ragazza, poi, Carletto non ebbe alcuna difficoltà: chiassoso, spudorato, ignorantissimo, s’era subito fatto voler bene da tutti, specie dalla zia e dalla cognata. Il genitore però, ad un certo punto, pensò che era giusto vederci chiaro fino in fondo e per questo colse al balzo una pausa per chiedere:

«Gî bàin sô, zuvnôt, c’sa fèv vô par vìvar la vétta?». «Ditemi, giovanotto, che cosa fa lei per guadagnarsi da vivere?».

Fulminea, nella testa di Carletto, si realizzò la sostanza della sua eccellenza e cioè di come fossero altri e non certo lui a spezzarsi la schiena per spalare ghiaia, e per questo più che prontamente esclamò:

«Chi, mé? Mé gnìnta! Mé fâgh filôt!». «Chi, io? Io niente! Io faccio filotto!».

Non saprei dirvi se fu proprio quella fidanzata colei che dovette poi accudire Carletto nella vita, ma è sicuro (ne sia prova il mio racconto) che l’improvvida battuta superò l’inveterato tempo, né più e né meno dei ponderati pensieri di gente ben più celebrata di lui.

Bombo

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