Stamattina, nell’area hospitality Selenella Club dello stadio Renato Dall’Ara, è stato presentato ufficialmente alla stampa Domenico Tedesco, nuovo tecnico del Bologna. Di seguito, suddivise per argomenti principali, tutte le sue dichiarazioni, anticipate da quelle dell’amministratore delegato rossoblù Claudio Fenucci.
Introduzione di Fenucci – «Voglio innanzitutto ringraziare mister Italiano per quello che ci ha dato in questi due anni, per le belle emozioni vissute assieme e per il rapporto che si è creato, facendogli un grande in bocca al lupo per sua avventura in Turchia. Tedesco è un ottimo professionista che conosciamo già da diverso tempo: i primi contatti con lui risalgono al momento della necessità di sostituire Motta, ma all’epoca era impegnato con la Nazionale belga e quindi abbiamo seguito altre strade. I contatti con Sartori sono però rimasti attivi, anche se fino a poche settimane eravamo fermamente convinti di proseguire con Vincenzo, e una volta preso atto di dover cambiare abbiamo deciso di conoscere Domenico nel dettaglio: gli faccio i complimenti per come si è presentato, per la preparazione che già aveva sulla nostra squadra in termini di gare viste, conoscenza delle metodologie di gioco e così via. È un allenatore giovane con uno staff altrettanto giovane, e i giovani portano sempre entusiasmo e idee nuove, ma alle spalle ha già un curriculum importante. Speriamo di aprire un ciclo più lungo, pieno di soddisfazioni e risultati sportivi ma anche all’insegna di un bel rapporto umano, che per noi sta sempre alla base di ogni cosa».
Scelta convinta, idee chiare – «Arrivo in un club storico e in una società che si è dimostrata ambiziosa, raggiungendo la Champions League e riuscendo anche a vincere una Coppa Italia dopo tantissimi anni. Per me il collettivo viene prima di tutto, e nell’ambiente percepisco un forte entusiasmo: da fuori ho ammirato un gruppo attivo, positivo e motivato. Tutto il resto verrà strada facendo, a cominciare dalla preparazione. Questa squadra è stata costruita per utilizzare una difesa a quattro, mentre davanti si vedrà, ma più dei moduli contano i principi di gioco, l’intensità in ogni fase e l’identità: a me piace proporre un calcio propositivo, offensivo e fluido, con giocatori coraggiosi».
Eredità pesante – «Faccio i complimenti agli allenatori che mi hanno preceduto, i quali hanno lasciato risultati e un lavoro notevole a livello di crescita dei singoli. Continuare questo percorso è per me una forte motivazione, abbiamo una rosa importante e molto competitiva e oggi preferisco parlare solo dei ragazzi che abbiamo in rosa, non di mercato. Se ho sentito Italiano? No, parlare con un predecessore è un qualcosa che non ho mai fatto perché voglio farmi una mia idea partendo da zero».
Colpo di fulmine – «Il Bologna mi è rimasto fortemente nei pensieri, le chiacchierate fatte fin da due anni fa sono sempre state molto positive e oneste: ho riscontrato fin da subito un’onestà incredibile, con parole, idee e obiettivi molto chiari, e tutto questo mi ha convinto ad accettare l’incarico».
Verso il domani con ottimismo – «Purtroppo nel calcio il tempo non c’è, bisogna giocare bene e vincere: magari in qualche club hai un po’ più di margine, ma ogni giorno si deve lavorare per competere ad altissimi livelli. Davanti a noi abbiamo una preparazione estiva fondamentale, con intere settimane per lavorare sull’idea di gioco che intendo proporre. Il mio messaggio è: divertiamoci, per me è molto importante che i tifosi si divertano guardandoci in azione. E anche noi dello staff, che siamo felici e fortunati di operare nel mondo del calcio, dobbiamo lavorare col sorriso».
Orsolini a vita – «Finora non abbiamo parlato singolarmente con alcun giocatore a parte De Silvestri. Ma l’idea del club, a proposito di Orsolini, è molto chiara: farlo diventare una bandiera».
Se Freuler chiamasse… – «In primis gli farei i complimenti per la sua carriera per il suo modo di giocare, e magari gli chiederei come sta andando il Mondiale. Poi, molto probabilmente, arriveremmo anche al tema del suo futuro (sorride, ndr)».
Tedesco solo di cognome (e di curriculum) – «Io sono cresciuto da italiano: a casa parliamo italiano e mangiamo italiano, e a livello calcistico da bambino seguivo la Serie A, guardando i miei giocatori e allenatori preferiti. Poi certo la mia carriera da tecnico è iniziata e proseguita in Germania, ho avuto la fortuna di lavorare per undici anni nelle giovanili dello Stoccarda e poi altri due in quelle dell’Hoffenheim. Ho un forte legame con la Calabria e il mio paese Bocchigliero, voglio bene alla gente che vive lì e durante primi diciassette anni della mia vita sono sempre andato lì in vacanza con la famiglia e gli amici: sono otto anni che manco, ma a quella terra rimango profondamente legato».
Subito in panchina – «Ho provato a fare il calciatore ma non ce l’ho fatta, ero abbastanza scarso e lento (ride, ndr). A diciotto anni ho cominciato ad allenare i bimbi piccoli, erano circa una trentina e un altro allenatore italiano mi chiese una mano: iniziai quasi per gioco».
Punti fermi in allenamento – «Alla base delle mie sedute ci sono concentrazione e intensità, poi come detto possiamo divertirci e fare battute ma questi due aspetti non devono mai mancare. Con una sola gara a settimana si può programmare di più ed essere più fissi nelle cose da fare, io e lo staff sappiamo come affrontare quel tipo di impostazione».
Obiettivi: tempo al tempo – «È presto per parlare d’Europa, la stagione è lunga e bisognerà valutare la crescita man mano: adesso non focalizziamoci su questo e non guardiamo troppo avanti o rischiamo di perdere il passo».
Esperienza da c.t. – «Alla guida di una Nazionale sicuramente si è più manager, da selezionatore devi vedere tante gare e fare scelte personali sui singoli. Invece da allenatore, sia in Germania che in Russia e in Turchia, per me è sempre stato importante prendere decisioni insieme, specialmente in contesti come questo dove credo si possa lavorare bene e con qualità».
Tanti rumors su Castro e Rowe – «La società conosce benissimo la rosa e i singoli, e certi argomenti vanno discussi internamente. Ovviamente parliamo di due giocatori importanti e vedremo cosa succederà: anche le tempistiche hanno il loro peso e nel calcio non si possono mai escludere eventi imprevisti, ma io sono fiducioso e rilassato».
Linea (in parte) verde – «Partendo da una formazione nei settori giovanili mi piace lavorare coi giovani, vedere i loro progressi e miglioramenti. Però ad alti livelli non conta l’età, sarebbe sbagliato puntare solo sui giovani o solo sugli esperti, a fare la differenza sono le prestazioni durante allenamenti e gare».
Una certezza e una novità – «Un conto è osservare una squadra da fuori e un altro è viverla direttamente sul campo, non siamo alla PlayStation e ogni giocatore va vissuto, coinvolto e ascoltato per poter prendere delle decisioni corrette. Ferguson ha dimostrato di saper ricoprire più ruoli e mi confronterò con lui anche su questo. Di Raimondo ho visto diverse partite col Frosinone, ha fornito un contributo tangibile alla promozione in Serie A: è un giovane molto interessante e so che ha parecchie richieste, ma intanto vorrei valutarlo durante la fase di preparazione».
Odgaard tuttofare – «Penso che Jens sia un giocatore da utilizzare su più ruoli, ma prima voglio parlare con lui e conoscerlo meglio».
Organico da asciugare – «A me piacciono le rose snelle: se ci sarà l’opportunità, non disputando le coppe europee, preferirei avere una rosa più piccolina per coinvolgere maggiormente tutti i calciatori e dargli l’opportunità di giocare. Più elementi ci sono in organico e più si corre il rischio che qualcuno sia scontento e insoddisfatto, ed è giusto e normale che sia così perché tutti vogliono mettersi in luce. Senza l’Europa il numero classico per cavarsela comunque bene è attorno ai venti giocatori, ma è difficile stabilire una cifra precisa».
Città da scoprire – «Io sono un amante del calcio e la cosa più bella è poter lavorare nel settore che più mi piace, ma ogni tanto spero di riuscire anche a staccare la spina. Sono sicuro che questa favolosa città mi aiuterà in tal senso: voglio vivere in centro e trovare anche il tempo per godermi Bologna».
Uno sguardo al passato – «Sono contento di ogni singola esperienza vissuta finora. Ovviamente per un allenatore sarebbe importante riuscire a lavorare un po’ più a lungo sulla stessa panchina, ma a volte entrano in gioco particolari dinamiche e le cose cambiano. Lo Schalke 04 mi prese dall’Erzgebirge Aue e rimasi lì per due anni, stessa cosa a Mosca quando io e i miei collaboratori decidemmo di rientrare in Germania dalle famiglie nonostante una proposta di rinnovo triennale».
Emozioni in musica – «Come già raccontato in passato, Lucio Dalla mi è sempre piaciuto molto, quindi non vedo l’ora di sentire L’anno che verrà al Dall’Ara. Ma in casa speriamo di sentire tante volte anche Cesare Cremonini (sorride, ndr)».
Staff e metodologie – «Il mio gruppo di lavoro l’ho creato strada facendo, all’Aue allo Schalke ero da solo mentre ora ho uno staff fisso a cui talvolta aggiungo qualche persona in più. Qualche volta utilizziamo l’intelligenza artificiale, ormai è difficile evitarla, ma per me resta fondamentale intelligenza umana e l’IA deve solo aiutare a facilitare alcune cose. Conoscere diverse lingue, poi, aiuta a stabilire una certa relazione e connessione col giocatore, ad entrarci meglio in sintonia, ma è altrettanto importante che i calciatori imparino la lingua del luogo in cui lavorano e in tal senso chiederò sempre a tutti lo sforzo di imparare bene l’italiano».
C’è solo il presente – «Non ho un piano prestabilito per la mia carriera, né ho pensato a step precisi, oggi per me conta solo il Bologna. Mi trovo in una grande città e in un grande club con una storia importante: non sono solo i titoli a definire la bellezza e la grandezza di un club. Qui le persone della società mi hanno fatto subito sentire a casa e credo che si possa continuare a costruire qualcosa di bello: spero di avere la possibilità di lavorare con continuità, per me è fondamentale».
Foto: bolognafc.it



