Io ho una nipotina prediletta, acquisita da una coppia di amici, che per avvenenza, personalità e classe si può annoverare tra le più seducenti ragazze della città. Essa si trova in quell’età difficile a definirsi, data la precocità che oggi caratterizza quelle che un tempo venivano chiamate ‘le prime esperienze’, ma che in definitiva è forse giusto definirne come adolescenziale.
Dunque, come spesso succede a tutte le adolescenti, un bel giorno la mia nipotina si prende una sbandata per il bellone della compagnia o, come si addice al ‘rango’ di lei, forse il più bello della compagine cittadina, biondo di bulbo e di aitante muscolatura, insomma «biondo era e bello e di gentile aspetto». Poco importava che io lo trovassi un po’ stupido, come lei stessa in fondo percepiva: questo è un argomento che nella fattispecie non trova diritto di cittadinanza, né io sono così ingenuo, nel mio precario ruolo genitoriale, da prenderlo in considerazione. Di fronte al dolore di un cuore ferito, che dopo aver concesso il privilegio dell’intimità si trova ad essere quasi anonimamente confuso nella pletora delle femmine affluenti, confusa al passaggio di qualcuna non si sa di che compagnia, io non possedevo farmaci di lenimento se non la mia vetusta filosofia che, allargando le braccia, affidava la guarigione all’iter ineluttabile delle cose.
La mia nipotina però, nel suo sconcerto, vuole capire, giacché essa unisce ardore di sentimento a curiosità d’intelletto. E pian piano, con accenni dissimulati, sonda con lontani riferimenti le arcane disposizioni site nel nascondimento del biondo it boy, approfittando dei fuggevoli contatti informali nella quotidianità scolastica.
«Ti hanno visto l’altra sera mentre ti davi da fare», azzarda lei ad un certo punto.
«Con chi, con la Francesca?», risponde lui.
«Non so chi sia la Francesca», replica la nipotina.
«Allora con Adriana?».
«Non so chi sia ‘Adriana».
«Allora con l’Alice».
«Non so neanche chi sia l’Alice».
«Allora con la Veronica».
«Non so neanche chi sia la Veronica».
«Allora con Ludovica…».
«Ma come – sbotta lei –, ti stai facendo tutte le ragazze della città?».
E qui lui si lascia andare senza avvedersi ad una lamentazione accorata: «E cosa devo fare? Io faccio tutto e di tutto per voialtre! Ma voialtre non siete mai contente!».
Ad un tratto la nipotina, che è intelligente, realizza l’essenza della situazione. Lei non ha a che fare con un banale tradimento sentimentale. Il suo innamorato è ben lungi dall’essere un fedifrago seriale, egli è un santo, come un santo fa filtrare la luce di Dio e come Gesù Cristo si fa carico dei peccati del mondo. Egli svolge una missione di salvazione universale!
A questo punto io cerco di accompagnare la mia nipotina nella considerazione che le cose della realtà sono tutte riflesse in un modello archetipico.
C’era infatti in piazza Malpighi, fino agli anni Sessanta, la bottega di un arrotino, chiamata anche guzzerìa. Questa bottega serviva le massaie di tutta Bologna che portavano i propri attrezzi di cucina, coltelli forbici trincetti, affinché fossero arrotati alla perfezione. Lo strumento cui veniva affidata l’affilatura era la mola ad acqua, strumento storico dell’arrotino di tutti i tempi. Ma il Nostro era maestro nella preparazione del suo equipaggiamento, giacché la pietra doveva stare per l’innanzi irrorata nella giusta quantità, e poi sapeva indovinare l’angolo di molatura tenendo sulla lama un’inclinazione costante con un opportuno movimento rotante avanti e indietro, tenendo poi conto che esistevano diversi tipi di lame, unitamente a diversi tipi di affilatura, principalmente tagliente e bitagliente, cosicché una volta terminata l’affilatura più fine iniziava il rintuzzamento per il tocco finale.
Sovente le massaie bisticciavano tra di loro, a volte perché pensavano di essere state scavalcate nei tempi di esecuzione da qualche vicina, a volte perché l’operazione di affilamento di qualche utensile, ovverosia l’aguzzatura, metti di uno spalmaburro o di uno spelucchino, non sarebbe stata eseguita come si conviene. Per questo l’arrotino si risentiva e così reclamava solidarietà e comprensione:
«Io faccio tutto e di tutto per voialtre, ma voialtre non siete mai contente!».
Al punto che, quando quelli del Comune disposero di dislocare dal centro città le attività artigianali, compresa quella del nostro arrotino, reputando che i reflui della lubrificazione della mola rotante, che poi era acqua fresca però secondo loro inquinata dai residui di tanti metalli, l’arrotino protestò a gran voce nel mezzo di piazza Malpighi, con un’orazione che risuonò tra le dodici porte e di cui questa è la trascrizione originale:
«J én zinquent’ân ca fâgh la gózza! Mé a sän un servézzi sozièl!».
Bombo
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