Lunedì vado al Dall’Ara. Che detto così sembra una frase normale, e infatti lo è. Ci sono già stato un numero di volte che non so contare. So dov’è il tornello, so dove si forma la fila, so dove prendere qualcosa prima, so anche quali cessi sarebbe meglio evitare. Eppure ogni volta, qualche ora prima, mi sembra di dover partire per un posto in cui non sono mai stato.
Quest’anno poi mi viene più forte. Sto cambiando lavoro, sto cambiando un pezzo della mia vita, e ho quella sensazione che si ha sugli aerei quando cominciano a scendere: sai che atterrerai da qualche parte, ma finché non tocchi terra non sai bene chi sarai quando apriranno le porte.
Poi arrivo in via Andrea Costa e la cosa buffa è che è tutto lì. Gli amici. Il baretto. Le persone che dicono le stesse cose dell’anno scorso con giocatori diversi. Il tornello che non legge il biglietto al primo colpo. Quello davanti che si ferma esattamente dove non dovrebbe fermarsi. Lo stadio che da fuori sembra un monumento e da dentro, certe volte, un condominio.
Eraclito diceva, più o meno, che nello stesso fiume non ci entri due volte. A Bologna dovremmo aggiungere che nello stesso Dall’Ara non ci entri due volte neanche se hai lo stesso abbonamento e lo stesso posto.
Perché cambia il Bologna, cambiano gli amici, cambi tu. E la cosa strana è che per accorgerti che tutto cambia hai bisogno di un posto che sembri non cambiare mai.
Forse è per questo che ogni nuovo campionato mette un po’ d’ansia. Non perché non sappiamo come finirà. Quello, a ben pensarci, non lo sappiamo mai.
È perché torniamo nello stesso posto per vedere chi siamo diventati.
Lunedì, al tornello, farò come sempre. Appoggerò il telefono, non funzionerà subito, lo girerò, riproverò.
E magari sarà quello il momento preciso in cui tutto ricomincia.
Riccardo Astolfi
© Riproduzione Riservata
Foto: Tullio Puglia/Getty Images (via OneFootball)


