Stavo guardando la conferenza stampa di Fenucci e Palladino, oggi pomeriggio, e pensavo a Domenico Tedesco. E siccome il calcio serve anche a questo, cioè a pensare a cose che apparentemente non c’entrano niente col calcio, pensavo a me. Pensavo: metti che a giugno comincio un lavoro nuovo. Mi presentano, faccio le fotografie, stringo mani, cerco di capire chi decide davvero le cose e chi invece sembra
decidere le cose ma poi bisogna sentire quell’altro. Mi danno una squadra che non ho scelto interamente io, alcuni sono appena arrivati, altri magari volevano andarsene, qualcuno pensa che quello che c’era prima di me fosse meglio. Passano luglio e agosto, comincio finalmente a capire come funziona il posto mentre nel frattempo altri che speravo giocassero vengono venduti, faccio quattro riunioni importanti e a metà settembre mi chiamano: guarda, grazie di tutto, non sta funzionando. Io credo che la prima cosa che direi sarebbe: scusate, ma ho già cominciato?
Naturalmente la risposta del calcio a questa domanda la conosciamo: sì, però Tedesco prende un sacco di soldi. È una delle più strane categorie morali che abbiamo inventato. Se uno guadagna milioni, allora quattro partite possono diventare un ciclo storico, possiamo insultarlo, possiamo considerare normale che un progetto triennale duri meno di una mozzarella aperta in frigorifero. Noi prendiamo 1.500 euro al mese se va bene, quindi soffra anche lui. È una specie di lotta di classe organizzata da DAZN.
Non voglio fare naturalmente la lagna sui poveri allenatori di Serie A. Un allenatore professionista conosce benissimo il mestiere che ha scelto, viene pagato anche per l’enorme volatilità del lavoro e un esonero non è il licenziamento di un operaio con due figli e un mutuo. Però il fatto che Tedesco non abbia bisogno di una colletta non risponde alla domanda che mi interessa: quanto tempo serve per giudicare seriamente il lavoro di una persona?
Perché questa settimana il Bologna ha esonerato un allenatore dopo quattro giornate, pochi giorni dopo aver parlato di ricostruzione, e intorno succede qualcosa di simile dappertutto (Fiorentina, forse Parma, forse Juve): dopo tre partite qualcuno è già in discussione, dopo quattro serve una svolta, dopo cinque la prossima sarà decisiva. Siamo tornati un po’ ai tempi di Maurizio Zamparini, che almeno aveva trasformato il cambio d’allenatore in una poetica personale, una specie di futurismo applicato alla panchina: velocità, movimento, distruzione della sintassi. All’epoca ci sembrava un’anomalia. Forse era un anticipatore.
Il punto, però, è che dopo quattro giornate non hai ancora davvero un risultato. Hai quattro giornate. Hai un sacco di tiri e pochissimi gol, uno che ha dormito male, un centrale di difesa arrivato il 30 agosto (nemmeno ricordo bene quando), una preparazione da digerire, un avversario più forte, un portiere che fa una parata che normalmente non fa. Il calcio è una delle attività umane più ossessionate dai dati e contemporaneamente una delle più disponibili a trarre conclusioni enormi da campioni ridicoli. Se un ricercatore presentasse uno studio condotto su quattro persone gli diremmo di tornare quando ne ha qualcuna in più. Nel calcio quattro partite possono bastare per stabilire che un uomo non è adatto a un progetto che, in teoria, avrebbe dovuto durare anni.
Forse è proprio questo che il calcio racconta bene del nostro tempo. Abbiamo perso il tempo intermedio. Quello in cui una cosa può non funzionare ancora senza essere già fallita. Quello in cui si impara, si corregge, si capisce che un giocatore rende meglio là, che una certa idea sulla carta era buona e nella realtà era una stupidaggine. Oggi abbiamo il progetto e subito dopo abbiamo il KPI. Se il KPI è brutto, abbiamo il responsabile. Se abbiamo il responsabile, abbiamo la soluzione: cambiarlo.
A me piacerebbe allora introdurre nel calcio il tempo di preavviso. Non quello contrattuale, proprio quello umano. «Caro mister, alcune cose non ci convincono. Vediamo come vanno le prossime sei partite». Un concetto abbastanza rivoluzionario: dire a qualcuno che sta sbagliando prima di licenziarlo. Dargli perfino la possibilità di cambiare idea.
Poi magari il Bologna ha fatto benissimo, noi non sappiamo niente, lo dicevo qualche giorno fa. Magari tra sei mesi guarderemo Palladino, la classifica del Bologna e penseremo che sia stata una decisione formidabile. Magari Tedesco non avrebbe sistemato niente, magari nello spogliatoio c’erano cose che noi non sappiamo e, anzi, quasi certamente ce n’erano. Non è una difesa di Tedesco e non è un processo al Bologna.
È una domanda più semplice.
Se io cominciassi un lavoro a giugno e a settembre mi dicessero che non sono stato capace di farlo, credo che ci rimarrei male. Non perché pretenderei un posto per sempre. Ma perché vorrei almeno il tempo di diventare responsabile dei miei errori.
I milioni possono pagare molto bene un esonero.
Il tempo, purtroppo, no.
Riccardo Astolfi
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Foto: Claudio Villa/Getty Images (via OneFootball)

