14/09/2026
Riccardo Astolfi
OneFootball, La vita secondo il Bologna

Fate qualcosa

Tempo di Lettura: 2 minuti

Ci sono partite che perdi e dici: va bene, abbiamo perso. Poi ce ne sono altre in cui il problema non è tanto la sconfitta, quanto la sensazione che la tua squadra non abbia davvero partecipato. Napoli-Bologna 1-0, per me, sta da quella parte lì. Non perché il Napoli ci abbia preso a pallonate, non perché Pessina abbia dovuto fare diciassette miracoli e uscire dal Maradona in stato di beatificazione, ma quasi per il motivo opposto: è successo poco, pochissimo, e il Bologna è sembrato perfettamente a suo agio dentro quel poco.

Ha camminato, contenuto, interrotto, sporcato il ritmo, abbassato il numero degli eventi. Ha fatto quella cosa che nel calcio si chiama ‘tenere bene il campo’ e nella vita normale assomiglia parecchio allo stare ad una festa vicino all’uscita col cappotto già infilato. Il problema è che negli ultimi anni ci eravamo abituati ad un Bologna diverso. Poteva perdere, naturalmente, perché il regolamento continua inspiegabilmente a consentire anche alle altre squadre di essere più forti, ma cercava comunque di imporre qualcosa alla partita: un ritmo, un’aggressione, un’idea, perfino un errore. Voleva che succedesse qualcosa.

A Napoli, invece, sembrava soprattutto voler evitare che succedesse qualcosa. E all’inizio si può anche capire. Giochi fuori casa contro una squadra forte, non sei obbligato a presentarti al Maradona come kamikaze tattici urlando gegenpressing fino alla morte. Puoi essere prudente, puoi abbassare il rischio, puoi pensare che lo 0-0 sia un risultato decoroso. Ma quando vai sotto 1-0 quella partita lì è finita. Ne comincia un’altra. E continuare a giocare come se il problema fosse ancora impedire che la gara si aprisse diventa molto più difficile da capire.

La cosa che mi ha colpito non è stata neppure la mancanza di occasioni. Una squadra può tirare poco e giocare bene, può tirare venti volte e fare schifo, il calcio non è ancora Excel anche se siamo abbastanza vicini al giorno in cui qualcuno dalla curva urlerà «vergogna, avete 0,28 di xG!». Quello che mancava erano le intenzioni. Una squadra esiste davvero quando obbliga l’avversario a rispondere a qualcosa. Pressi? Attacchi in ampiezza? Vai verticale? Alzi il ritmo? Fai casino? Qualunque cosa, ma poni un problema. Il Bologna, per lunghi tratti, ha soltanto risposto alle domande del Napoli. E quando passi tutta la partita a rispondere, alla fine l’interrogazione la stanno facendo a te.

È questo che stona rispetto agli ultimi anni e, mi sento di dire, anche rispetto alle prime partite di questa stagione. Il Bologna aveva progressivamente smesso di essere la squadra che andava sui campi delle grandi sperando semplicemente che non succedesse niente di brutto. Era diventato una squadra che andava a vedere cosa sarebbe successo facendo la propria partita. È una differenza enorme. È il passaggio tra entrare in una stanza pensando «speriamo che mi lascino stare qui» ed entrare pensando «vediamo cosa posso fare qui dentro».

Non c’è niente di drammatico in uno 0-1 a Napoli. Una partita non è una teoria generale sulla stagione e noi tifosi abbiamo già una notevole capacità di trasformare novanta minuti in un referendum sull’esistenza stessa del club. Però una sensazione rimane. Non mi preoccupa perdere a Napoli. Mi preoccuperebbe, se diventasse un’abitudine, andare in certi campi con l’obiettivo principale di impedire alla partita di accadere.

Perché negli ultimi anni il Bologna ci aveva insegnato che si può anche perdere facendo esistere qualcosa: un’idea, un rischio, un ritmo, perfino un errore.

A Napoli, invece, per lunghi tratti veniva semplicemente da pensare: fate qualcosa.

Qualsiasi cosa.

Ma fate qualcosa.

Riccardo Astolfi

© Riproduzione Riservata

Foto: Francesco Pecoraro/Getty Images (via OneFootball)

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