Quando ho letto che il Bologna aveva deciso di mandare via Tedesco, la prima cosa che ho pensato è stata: poveretto. Che non è un’analisi tecnico-tattica e immagino non sia nemmeno una voce particolarmente considerata nelle riunioni di Casteldebole, però è stato il mio primo pensiero. È arrivato da poco, ha perso delle partite, il Bologna a Napoli ha giocato male, molto male, quasi con quella postura da invitato che entra a una festa dove non conosce nessuno e decide di passare la serata vicino al tavolo delle patatine. Ma tra dire che la squadra non funzionava e dire che Tedesco fosse il problema c’è una distanza enorme, e noi quella distanza non siamo in grado di misurarla.
Perché la verità, molto meno appassionante di tutte le nostre discussioni, è che noi non sappiamo quasi niente. Sappiamo le formazioni, i cambi, le conferenze stampa, sappiamo chi corre (spoiler: nessuno), chi non corre, chi dovrebbe giocare dieci metri più avanti e chi secondo noi ha perso brillantezza. Poi però non sappiamo cosa succede il martedì mattina a Casteldebole, non sappiamo come risponde lo spogliatoio, cosa pensa davvero la dirigenza, quali promesse siano state fatte, quali richieste siano rimaste inevase, quali rapporti funzionino e quali no. Guardiamo una parte piccolissima del sistema e da quella pretendiamo di ricostruire tutto il resto, che è una delle attività preferite del tifoso insieme al dire «questo lo vedevo già da agosto».
Pertanto non ho nessuna voglia di stabilire se Tedesco meritasse o meno l’esonero. Mi dispiace per lui, questo sì. Umanamente mi sembra una storia dura, rapida e perfino ingenerosa. Ma il calcio professionistico non è un tribunale morale e soprattutto noi non siamo nella giuria. Può essere semplicemente un gigantesco «non sei tu, sono io»: non sei necessariamente scarso, non hai necessariamente fallito, però questa cosa qui, in questo momento, non sta funzionando e qualcuno ha deciso di interromperla. Di solito dopo quella frase uno raccoglie lo spazzolino da denti e se ne va. Nel calcio arriva Palladino.
Poi, naturalmente, tra qualche mese sapremo tutto. O meglio, penseremo di saperlo. Se Palladino vince quattro partite diremo che era evidente che servisse una scossa; se le perde diremo che Tedesco non aveva avuto tempo e che la squadra, insomma, lasciamo perdere. Il calcio ha questo talento straordinario nel trasformare il passato in una storia ordinata dopo che sappiamo come è andata a finire. Quello che oggi è un dubbio, domani diventa un segnale chiarissimo. Quello che oggi sembra una scelta assurda, tra sei settimane verrà raccontato come inevitabile. La memoria del tifoso è un montatore cinematografico molto creativo.
Io però una cosa la so già, ed è l’unica che mi interessa veramente: tifo Bologna. Posso dispiacermi per Tedesco (molto), posso pensare che abbia pagato molto e molto in fretta, posso perfino conservarne un buon ricordo, ma non devo trasformare il mio dispiacere in una sentenza contro il club perché mi manca quasi tutto quello che servirebbe per formularla. Posso solo sperare che chi ha deciso avesse buone ragioni e che quelle ragioni producano qualcosa di buono per la squadra.
Gli allenatori passano. Alcuni ci rimangono addosso per anni, altri dopo pochi mesi dobbiamo cercarli su Wikipedia per ricordarci chi avevamo davanti. Noi restiamo qui. È la parte meno romantica e più semplice del tifo: possiamo voler bene a chi passa, possiamo perfino pensare che non se lo meritasse, ma alla fine speriamo soltanto che il Bologna abbia ragione.
Perché noi non siamo tifosi di Domenico Tedesco.
Siamo tifosi del Bologna.
Ed è l’unica cosa che, alla fine, conta davvero.
Riccardo Astolfi
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Foto: Emmanuele Ciancaglini/Getty Images (via OneFootball)

