26/07/2026
Luca Baccolini
OneFootball, Palla al centro

Avrebbe ancora senso puntare su Dallinga? Le prestazioni dicono di no

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Nelle stanze in cui si decide il destino delle squadre di calcio, c’è sempre un momento in cui la pazienza smette d’essere una nobile virtù – gestionale – e si trasforma in condanna. Succede soprattutto quando un centravanti diventa un’idea astratta, un promesso sposo del gol che continua a non presentarsi all’altare mentre il club, seduto in platea, continua a pagare il conto del rinfresco. Thijs Dallinga vive da due anni sospeso in questo limbo.

Arrivato dal Tolosa per 15 milioni di euro, sospinto dalla struttura fisica del pennellone moderno tuttofare (piede, testa, scatto, possesso palla), l’olandese si è lentamente trasformato in un equivoco tattico e finanziario. Sia però chiara una cosa: questo non è un processo sommario al giocatore, che resta professionista inappuntabile. Sul piano squisitamente tattico, però, il verdetto è già scritto nei metri quadrati calpestati.

Nel calcio dinamico e associativo richiesto a Casteldebole, la prima punta non può limitarsi ad aspettare la palla buona: deve fare da regista offensivo, reggere l’impatto coi centrali avversari nel primo controllo e ripulire i palloni sporchi per far salire la squadra. Dallinga, abituato nel Tolosa agli ampi spazi delle transizioni rapide, in Italia soffre maledettamente le difese schierate e i blocchi bassi. Tra pochi duelli aerei vinti, precisione di passaggio quantomeno rivedibile e difesa della sfera poco più che teorica, Thijs finisce per galleggiare ai margini della manovra, toccando sempre pochi palloni, di sicuro meno di quanti ne occorrono per rendersi pericoloso.

Il pericolo vero, tuttavia, non sta nei gol mancati su una sponda sbagliata, ma nella cosiddetta sindrome del costo sommerso. È quella perversa trappola psicologica secondo cui, siccome si è speso molto, si deve insistere a tutti i costi nella speranza che l’investimento prima o poi sbocci. Una pervicacia che alla lunga finisce per fare da tappo a qualsiasi manovra d’entrata.

La storia del calcio italiano, e del BFC in particolare, è piena di questi ingorghi d’attesa. A Casteldebole si ricorda ancora l’epopea di Mattia Destro: anni spesi a rincorrere la promessa del suo riscatto tecnico mentre un ingaggio pesantissimo congelava per tre sessioni di fila la possibilità di acquistare un’alternativa di primo livello. Oppure, spostando lo sguardo poco più in là, il caso di Joaquin Correa all’Inter, rimasto a bilancio come un macigno per anni pur di non registrare una minusvalenza immediata, tarpando di fatto le ali al mercato degli attaccanti nerazzurri. Per non parlare del Milan con Divock Origi, 4 milioni netti a stagione bloccati su un profilo del tutto estraneo al progetto tattico, col risultato di paralizzare le trattative in entrata per mesi.

Continuare ad aspettare Dallinga con la speranza che il ritiro estivo o un gol in amichevole (come quello segnato ieri all’Iraklis) risolvano magicamente un’incompatibilità strutturale, significa esporsi allo stesso medesimo rischio. Un calciatore che accumula panchine e spezzoni svaluta il proprio cartellino molto più di quanto non farebbe una cessione immediata, magari strutturata con formule elastiche, prestiti con diritto o clausole sulla futura rivendita.

In passato il Bologna è stato maestro nel recuperare con ottime cessioni esuberi ormai persi come Avenatti e Skov Olsen. L’errore di valutazione fa parte del margine di rischio di qualsiasi direttore sportivo; l’ostinazione nell’errore fa parte della cattiva gestione. Cedere Dallinga non sarebbe una resa o una bocciatura d’impeto, ma un atto di pura salute contabile e tattica. Significherebbe alleggerire il monte ingaggi, liberare una casella fondamentale nella lista e restituire al Bologna la cosa più preziosa in fase di trattative: la totale libertà di manovra per andare a prendersi un attaccante davvero funzionale.

Luca Baccolini

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Foto: bolognafc.it

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