04/09/2026
Luca Baccolini
OneFootball, Palla al centro

Fenucci smonta chi parla di ridimensionamento: chi cerca i fuochi d’artificio a cambiale stia pure rintanato al proprio bar

Tempo di Lettura: 2 minuti

Nel teatro un po’ nevrotico che accompagna ogni chiusura di calciomercato, la conferenza stampa di Claudio Fenucci ha avuto il merito raro di spazzare via la polvere demagogica e rimettere i numeri al centro della stanza. Senza giri di parole, senza ginnastiche verbali.

Quando l’amministratore delegato ha scandito che “il nostro obiettivo prioritario rimane la sostenibilità economico-finanziaria, perché senza l’Europa i ricavi fisiologici del club impongono scelte rigorose e una gestione attenta di ogni singola risorsa” ha ricordato a tutti una verità algebrica che a Bologna qualcuno tende ciclicamente a dimenticare.

C’è un equivoco di fondo che va sradicato prima che diventi alibi per i soliti sfiduciati di professione. Pensare che l’assenza dalle coppe europee sia un dettaglio trascurabile nella stesura di un bilancio significa non avere idea di come funzioni un’azienda calcistica nel 2026.

L’Europa porta con sé un volano di ricavi tra premi Uefa, botteghino e sponsorizzazioni che permette di sostenere monte ingaggi di ben altro spessore. Venuta meno quella vetrina, però, gli oneri restano, e pretendere che Joey Saputo continui a ripianare disavanzi operativi come se nulla fosse cambiato non è manifestazione d’amore per i colori rossoblù: è irresponsabilità.

Fenucci è stato chiarissimo anche sul tema delle cessioni e sulla gestione del patrimonio tecnico: “Non siamo una società che ha bisogno di svendere, ma di fronte a valutazioni congrue al valore di mercato dei calciatori e alla volontà espressa dagli stessi, il club ha il dovere di cogliere le opportunità per reinvestire con intelligenza”.

Una posizione che smonta pezzo per pezzo la narrazione di chi parla di ridimensionamento. Vendere al massimo del valore – come dimostrano i casi più recenti gestiti dalla dirigenza – per poi redistribuire le risorse su profili giovani e sostenibili è l’unico algoritmo che garantisce continuità ad alti livelli. È il modello che ha fatto la fortuna delle pochissime realtà italiane capaci di restare competitive nel tempo senza finire ostaggio dei propri debiti.

Poi c’è il capitolo infrastrutture, dove il Bologna è atteso a uno storico ultimatum. Lo stadio di proprietà non è un vezzo, ma l’unico vero asset in grado di garantire al Bologna un salto di qualità strutturale nei ricavi commerciali, rendendoci indipendenti dalle fluttuazioni dei risultati sportivi.

Questo è il vero “ora o mai più”. Un impianto di proprietà non serve a compiacere gli architetti o i piani urbanistici, ma a garantire al Bologna la benzina economica per restare in alto anche nei momenti di magra sportiva. Anche senza coppe, com’è accaduto quest’anno e come verosimilmente accadrà anche altre volte in futuro. Il resto è pura illusione.

Svalutare la lucidità di questa visione per rincorrere il malcontento da bar significa vivere su un altro pianeta. Il Bologna ha una governance solida, che non è scappata nei momenti più opachi. Meno isterismi sulle scommesse di mercato e più attenzione alle fondamenta: il futuro del Bologna passa attraverso la prima pietra del nuovo stadio e la disciplina dei conti.

Tutto il resto è solo rumore di fondo. Chi cerca i fuochi d’artificio a cambiale stia pure rintanato al proprio bar.

Luca Baccolini

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Foto: Emmanuele Cingaglini/Getty Images (via OneFootball)

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