Bologna la Grassa, per una volta, lo è anche nei conti. L’Assemblea degli Azionisti del BFC ha approvato un bilancio d’oro, che chiude con un utile di 17,2 milioni, il secondo di fila. Per un club che per anni ha convissuto con corposi segni meno, sembrerebbe notizia da brindisi. Ma chi ha un nonno ragioniere sa che i bilanci si cominciano a leggere dalle note in calce, dove di solito sta il conto vero.
La fotografia è nitida. Ricavi oltre i 210 milioni, costi per 186,8, più di 6 milioni tra oneri finanziari e imposte, un margine operativo netto attorno ai venti. Il comunicato è onesto sull’origine della luce: l’Europa League, la Supercoppa Italiana e la transazione che ha chiuso il contenzioso con IMG sui diritti tv esteri, dal 2008/09 al 2017/18. Una decina di stagioni, un altro calcio, un altro Bologna: l’assegno arriva adesso, come certe cartoline finite dietro un cassetto e recapitate quando il destinatario ha cambiato casa, mestiere e forse anche famiglia.
Qui il bilancio cambia faccia. I ricavi operativi, quelli al netto delle plusvalenze, scendono a 127,9 milioni dai 130 dell’anno prima, e lo fanno in una stagione europea, che di norma gonfia le casse. I ricavi commerciali crescono di mezzo milione, a 28,5: una carezza, mentre un club con le ambizioni del Bologna avrebbe bisogno di una spinta energica.
Tra il totale e la parte operativa restano oltre 80 milioni che appartengono ad altre gestioni, cioè plusvalenze e partita IMG. Sono quasi 4 euro ogni 10 incassati, e arrivano da porte che non si aprono a comando. Le stesse plusvalenze, per giunta, sono già scese di circa 11 milioni rispetto all’esercizio precedente. Il BFC, insomma, somiglia a quei ristoranti che riempiono la sala il sabato sera e hanno bisogno di una sagra ogni tanto per far tornare il bilancio.
C’è poi il costo del lavoro, salito a 92,5 milioni. Significa che oltre sette euro su dieci della gestione ordinaria finiscono in stipendi. Nessuno rimpiange i tempi in cui si risparmiava sul campo, e una squadra che gioca (ha giocato) l’Europa costa e continua a costare anche quando l’Europa non c’è più. Il punto è che questa aritmetica sta in piedi soltanto se ogni estate qualcuno bussa alla porta di Casteldebole con un’offerta che non si può rifiutare, come quella capitata per Rowe e Lucumí.
Il club ne ha fatto un metodo, e il metodo dipende da un compratore che arrivi puntuale (e se c’è qualcuno da vendere, s’intende). Le fondamenta, però, tengono. Il patrimonio netto sale a 51,7 milioni, la posizione finanziaria netta è negativa per 26,7, un debito che non toglie il sonno a nessuno, soprattutto se il proprietario si chiama Saputo.
I diritti sui calciatori valgono a bilancio 99,6 milioni, dopo ammortamenti e svalutazioni per 45,8: la rosa è un capitale che si può misurare e rivendere, tutt’altro che un libro dei sogni. L’utile, e qui la società mostra l’indole più virtuosa, non si festeggia e non si intasca: va tutto a riserva, perché per il 2026/27, anno in cui non si potrà godere dei benefici europei, è già prevista una perdita.
Il comunicato annuncia la nuvola prima che si addensi, e va riconosciuto a chi lo ha scritto. Joey Saputo, che di formaggi se ne intende, sa che la stagionatura conta più dell’assaggio, e infatti il Bologna mette in cantina quello che potrebbe spendere in tavola.
Dentro questo quadro va letta un’altra notizia importante: Claudio Fenucci, confermato amministratore delegato, diventa anche vicepresidente. Sembra un ritocco di organigramma ma racconta ben di più. Fenucci, arrivato nel 2014 dalla Roma, è l’uomo che ha tenuto in ordine i conti, è l’interlocutore unico di Saputo ed è il volto del club nelle trattative con il Comune sullo stadio in Fiera.
Sarebbe però riduttivo fermarsi qui, perché Fenucci è anche colui che nel corso degli anni ha dato al BFC un’organizzazione da top club, a cominciare dalla scelta delle persone che un po’ a tutti i livelli lavorano al suo interno. Assegnargli il titolo di vicepresidente significa dire a chi di dovere che a parlare per il Bologna, nei prossimi anni, sarà soprattutto lui.
Del resto ogni dossier pesante passa dalla sua scrivania: l’impianto nuovo, che è la vera leva per far crescere i ricavi senza dover vendere ogni estate il giocatore migliore; la gestione di un anno in perdita programmata; il mercato in uscita, che dovrà essere abbastanza fruttuoso da pagare gli stipendi e abbastanza prudente da non smontare la squadra.
Chi guida i conti nell’anno in cui i conti peggiorano ha bisogno di un’investitura piena, e la vicepresidenza serve a questo. Con un numero due così forte, la linea del club prende la forma di una persona sola, e tutto il resto, dal direttore sportivo all’allenatore, ne risponde. Anche Saputo resta presidente, e per quanto possa sembrare scontato, non lo è affatto in un calcio così mutevole.
Questo bilancio, insomma, dice che il Bologna sa (anche) guadagnare. Il prossimo dirà che cosa succede quando lo si lascia senza bonus più nella cassa, cioè senza la transazione con IMG, e con un anno europeo in meno. Speriamo l’ultimo.
Luca Baccolini
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Foto: Alessandro Sabattini/Getty Images (via OneFootball)


