Ci vuole una discreta dose di fegato, e persino di cinismo, per cacciare un allenatore dopo appena quattro giornate e dopo avergli promesso, a parole, il tempo per ricostruire. Ma il calcio non è un’accademia di bon ton, è un’azienda ad alta velocità dove il tempo non è mai concesso a fondo perduto: si paga a peso d’oro e scade nell’esatto momento in cui chi guida la barca capisce (o pensa) che la rotta porta dritta contro gli scogli.
Per questo l’esonero di Domenico Tedesco e l’ingaggio triennale di Raffaele Palladino non sono la spia di un isterismo di provincia. Sono il gesto più forte, impopolare e finanziariamente sanguinoso che la società potesse oggi compiere per proteggere l’annata. Joey Saputo e Fenucci-Di Vaio-Sartori avrebbero potuto nascondersi dietro l’alibi della “squadra nuova”, aspettare il disastro d’autunno, risparmiare un ingaggio e scaricare le colpe sulla transizione dopo l’addio di Freuler e le cessioni estive.
Invece hanno scelto la strada più difficile: metterci i soldi, esporsi al sibilare dei soloni e tagliare il nodo prima che diventasse un cappio. Tedesco non era un brocco capitato per caso sotto le Torri. Aveva curriculum, respiro internazionale e idee chiare. Ma in quattro partite la dirigenza ha ritenuto che non si sia vista una casa, e neppure le fondamenta del cantiere.
Il suo Bologna era promettente, ma di sicuro ancora una squadra opaca, orizzontale, senz’anima e senza distanze, dove persino la gestione dello spogliatoio — dai disagi tattici di Bernardeschi alle punizioni disciplinari per Skorupski — traduceva il fastidio di un gruppo non allineato. C’era potenzialità, forse. Ma di fronte al bivio, Tedesco non ha saputo probabilmente indicare una sterzata, confermando l’intenzione di tirare dritto con le sue idee. E lì la società ha capito che insistere non sarebbe stato atto di fede, ma masochismo.
Si dirà che la rosa è stata depauperata, che i 60 milioni incassati dal mercato sono serviti a mettere in sicurezza i conti in vista della futura casa che verrà — che sia il restyling del Dall’Ara o la nuova cattedrale in Fiera poco importa — e che Sartori questa volta non ha trovato il clone di Freuler. Tutto vero. Ma con un monte ingaggi da ottavo posto e una rosa che conserva qualità, il Bologna non poteva rassegnarsi al ruolo della vittima sacrificale.
E ora veniamo a Palladino, non un ripiego dell’ultimo minuto (si è dovuto agire in fretta, Napoli e Inghilterra erano già alla finestra), ma un profilo seguito da tempo, a cui è stato offerto un contratto triennale: una durata che a settembre suona come una solenne ripartenza, non come un rattoppo. Palladino è un pragmatico, un gestore che sa come entrare in corsa e ridare ordine, ferocissima competitività e senso della misura a gruppi sfilacciati. Lo ha fatto (bene) a Monza, alla Fiorentina e pure a Bergamo.
Gli si chiede una missione chirurgica: ridare coraggio alla squadra, ritrovare la bussola in mezzo al campo e ridisegnare l’attacco anche grazie al rientro di Orsolini. È inutile girarci intorno: il Bologna dei miracoli, quello della Champions e della Coppa Italia, ha chiuso un ciclo dorato e oggi vive la necessaria fase della ricostruzione. Ma ricostruire non significa lasciarsi andare.
L’addio a Tedesco è un atto di coraggio gestionale: la proprietà ha scelto di pagare due allenatori pur di non sprecare un anno. Un azzardo economico, certo, ma guidato dalla sola cosa che conta nello sport d’alto livello: la dittatura del presente. e il bene del Bologna. Ora la palla passa a Palladino. E al campo, l’unico giudice che non accetta rendering.
Luca Baccolini
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